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Letteratura, realtà, verità

Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, 1904

[la lettura sparsa di MaxUtri]

 

page9-250px-Il_fu_Mattia_Pascal.djvuEbbene sì, non avevo ancora letto Il fu Mattia Pascal: arrossisco, mi dolgo e mi batto il petto. Non me ne pento affatto, però. Chissà – mi è venuto da pensare – se l’avessi letto a sedici o vent’anni, nel periodo delle letture formative, quelle che verosimilmente lasciano il segno per una vita intera. Avrei avuto una freccia in più nella mia faretra interpretativa, avrei forse visto il mondo con occhi lievemente diversi e sicuramente più consoni. Tuttavia, è anche vero che quello che una lettura ti fa risuonare a vent’anni non è quello che ti fa risuonare a cinquanta, se la capacità di cogliere sfaccettature e implicazioni delle esperienze si affina col tempo. Certo, mi si dirà, c’è sempre la possibilità di rileggere un romanzo o una poesia, e di farlo a distanza di tempo, in modo da afferrare quel che prima era probabilmente sfuggito. Ma la prima lettura è la prima lettura – ha un’aura tutta sua.

L’idea della fuga dalla propria esistenza, del suicidio sociale, della scomparsa totale agli altri per condurre una vita, solitaria sì, senza affetti e senza amici, ma al riparo dalle ansie e dalle angosce consuete, è qualcosa che non smette di riaffacciarsi nel nostro orizzonte desiderativo. Sempre meglio che un suicidio reale!, sembrerebbe essere l’autoindulgente pensiero recondito. Non voglio però parlare qui della trama del capolavoro pirandelliano, piuttosto famosa direi, né esaminare la qualità del suo stile, sempre fresco e attuale, né tanto meno tentare di individuare le caratteristiche estetiche che ne fanno un’opera d’arte. Voglio invece soffermarmi su un aspetto che potremmo considerare “metaletterario”, un aspetto cioè che invita a riflettere sulla letteratura in generale.

Mi riferisco a quella frase che s’incontra poco dopo la metà dell’ottavo capitolo, quella che recita: “Nulla s’inventa, è vero, che non abbia una qualche radice, più o men profonda, nella realtà”. Mi sembra che con questa affermazione il grande siciliano non voglia solo esprimere la convinzione secondo cui quanto può essere concepito anche dalla più fervida fantasia umana non potrà mai uguagliare quanto offre il mondo stesso, quel mondo in cui si agitano quotidianamente le nostre esistenze – convinzione tra l’altro rispecchiata dal detto popolare “la realtà supera la fantasia”. Piuttosto, quella frase evidenzia il legame stesso che la letteratura ha col mondo. E non è cosa da poco a fronte delle ricorrenti pretese secondo cui romanzi e poesie riguardano unicamente la sfera dei sentimenti e delle emozioni, sfera personale a cui è preclusa ogni possibilità di acquisire una piena valenza oggettiva. Viceversa, se è col mondo che la letteratura ha una relazione intrinseca, se è il mondo a costituire il metro per giudicare la bontà di un’opera d’arte, allora – tanto per dirne una – i nostri giudizi estetici possono essere valutati sulla base del concetto di verità – concetto eminentemente oggettivo. Diventa possibile sostenere che un romanzo, un racconto, una poesia, un quadro, un film non sono belli soltanto per me o per te. Lo sono davvero, assolutamente, per tutti quelli in grado di apprezzarli. Sono opere d’arte. Esattamente come il Fu Mattia.

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