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L’acustica perfetta di Daria Bignardi

Daria Bignardi, L’acustica perfetta, 2012

[letture dal coiffeur, di MaxUtri]

Daria Bignardi è innamorata della Sardegna. Così mi dice la parrucchiera tra una sforbiciata e l’altra mentre sfoglio – le mani che sbucano da sotto il lenzuolone rosso – una copia de L’acustica perfetta riproposto tre mesi fa da Mondadori nella collana “Numeri primi”.

E già, perché nel salone coiffeur (unisex, tengo a precisare) dove ormai da un paio di anni mi aggiusto l’aggiustabile sopra il mio singolare dolicocefalo, sono i libri, e non i capelli, i protagonisti. Almeno dei discorsi tra Lina e le (e i) clienti. Basta arrivare con un discreto anticipo, rovistare con gli occhi e le mani tra gli scaffali che riempiono un’intera parete del salone, leggere titoli, quarte di copertina e incipit, e chiedere a Lina quale dei tre o quattro libri da lei settimanalmente letti consiglierebbe. Ed ecco saltar fuori la mia lettura dei giorni seguenti.

La Bignardi, appunto. Non che fossi privo di un qualche pregiudizio, a dir la verità. L’autrice è apprezzabile come conduttrice televisiva – conosce il mezzo e ha idee –, ma la letteratura è un’altra cosa. Non ci si improvvisa scrittori solo perché si intervistano scrittori, o perché si sfoggia un bell’italiano. E infatti dietro allo stile nitido e scorrevole del romanzo non c’è una trama complessa o un fine lavoro di cesello psicologico sui personaggi. Eppure qualcosa lascia il segno. Che cosa?

Innanzitutto una spiccata sensibilità che, per dirne una, la rende capace di mettersi nei panni degli altri, capacità che si rivela già dal fatto che il protagonista e autore narrante è un uomo. Vero è che, in linea di massima, rispetto alle donne gli uomini sono meno attenti al lato emotivo dell’esistenza, e dunque – si potrebbe dire – riesce più facile raccontare una storia dalla parte di un maschio. Ma ciò non toglie che l’operazione è di per sé spinosa, e la Bignardi la compie in maniera egregia. Ed è poi tale spiccata sensibilità che le permette di mostrare la profonda diversità tra l’atteggiamento emotivo maschile e quello femminile, quasi fossero due universi paralleli e reciprocamente sconosciuti, con quello maschile che rimane – mi duole riconoscere – a diversi strati di minore profondità. In fin dei conti, è questa diversità di fondo che muove il romanzo, col protagonista, Arno, che a poco a poco ne prende coscienza e lentamente cambia, tra sorprese e colpi di scena.

Maestro di violoncello arrivato a conquistarsi un invidiabile posto nell’orchestra della Scala, padre premuroso di tre figli alle prese con le consuete incombenze scolastiche, innamorato della donna della sua infanzia poi, insperabilmente, diventata sua sposa, viene da questa inopinatamente abbandonato. Non solo: la moglie scompare apparentemente nel nulla, diventando irrintracciabile per marito, figli, genitori, amici. Sarà nella paziente ricerca della moglie e di un senso da dare al suo gesto che Arno riuscirà a capire cosa veramente conta in un rapporto d’amore – verso il proprio partner, un figlio, o un amico –, imparando finalmente a sentire il dolore.

 

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Categorie:letture, MaxUtri
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