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The wolf of Wall Street, di Martin Scorsese

Per cominciare facciamo un po’ d’ordine con le date.

Wall Street, il film di Oliver Stone capostipite del filone Squali&Finanza, grazie al suo protagonista-icona Gordon Gekko, è del 1987, e racconta fatti avvenuti un paio d’anni prima, nel 1985. The Wolf of Wall Street è del 2013, e racconta fatti avvenuti proprio nel 1987, cioè nell’anno di uscita di Wall Street (citato da uno dei personaggi del film di Scorsese: avrà per caso visto il film?). Ma venticinque anni non sono passati inutilmente. Ad essere radicalmente cambiata è la percezione di quel mondo che Scorsese, attraverso le lenti della storia, può permettersi di osservare nella sua vera natura, laddove Oliver Stone, che lo raccontava praticamente in diretta, vi si trovava invischiato al punto da doverne rivelare i meccanismi attraverso cui i disvalori degli ideali del profitto fine a se stesso incarnati da Gekko venivano offerti al giudizio scandalizzato dello spettatore.

Scorsese non ha bisogno di ricorrere in modo pedante ad una trama “specifica”. Il dato di partenza, il raggiro morale (e fiscale), è connaturato con l’essenza stessa del mondo della finanza. E’ vero, Jordan Belfort, il protagonista di The Wolf (straordinario il marpione Leonardo DiCaprio), commette una serie di irregolarità e di truffe ai danni dei risparmiatori, ma il nocciolo della questione (cioè della trama), il suo peccato originale è preesistente. E’ Wall Street, la sua vocazione all’arricchimento esasperato ad essere il lupo mannaro famelico; il sogno di una ricchezza smodata, la ricerca parossistica del lusso e di ogni possibile amplificazione del piacere (sessuale, sensuale, legato ad ogni tipo di droga o di abuso in genere) è causa e conseguenza del voler essere protagonisti lì dove i soldi si macinano al ritmo di sei zeri al giorno. Poco importa se il mezzo per entrare nel meccanismo sia legale o meno (no, nel caso di Belfort non lo è nemmeno un po’); è il sistema stesso ad essere corrotto e chi vi entra non può uscirne pulito. Wall Street è il trionfo dell’ostentazione e dell’affabulazione: vince chi la sa raccontare meglio

Scorsese mette in mostra in modo sfrontato e smisurato la banalità dell’eccesso, la celebrazione della fatuità, senza mai far virare il punto di vista sulle spiagge non solo del giudizio morale (da lui non ce lo saremmo aspettato), ma nemmeno del possibile recupero di un livello anche minimo di autoconsapevolezza, e quindi del dramma che ne potrebbe scaturire. Fino alla fine della loro parabola, che non può che condurre all’inevitabile rovina, Belfort e la sua banda di brokerimprovvisati (ma a modo loro geniali), si aggrappano con tenacia e spavalderia alla giustezza dei loro principi ispiratori: nulla è più eccitante e gratificante di questa vita, nulla è confrontabile con la prospettiva di fare soldi, ubriacarsi, drogarsi, fare sesso sfrenatamente. L’America degli Anni Ottanta è un paese che sembra aver smarrito quella schietta forma di ribellione che aveva caratterizzato l’evoluzione dei costumi e della società a vantaggio di una appiattimento su valori che mettono sullo stesso piatto della bilancia la malavita organizzata dei “goodfellas”, i “bravi ragazzi” della mafia, e ibroker di Wall Street (nella colonna sonora verso la fine si può ascoltare una cover, del 1992, adulterata e rockettara di Mrs. Robinson, quasi disturbante nel dissacrare il mito con leggerezza e noncuranza: basta così poco per mettersi alle spalle sogni e ingenuità degli anni sessanta delLaureato: è sufficiente accelerare il ritmo ed elettrificare la base di una canzone pop).
The Wolf of Wall Street arriva sugli schermi non solo venticinque anni dopo Wall street, ma anche, rispettivamente, 23 e 19 anni dopo Goodfellas (Quei bravi ragazzi) e Casino, che con quest’ultimo possono senza dubbio costituire una sorta di trittico della dipendenza dal denaro (e dalla droga, suo immancabile corollario).

goodfellasIn Goodfellas Scorsese ha raccontato il denaro facile delle gangs che imperversavano a Brooklyn fra gli anni Settanta e Ottanta (la storia termina proprio, guarda caso, nel 1987): denaro facile e sporco. In Casino il denaro facile del gioco d’azzardo a Las Vegas: qui il confine si fa più sfuggente, la criminalità organizzata ha le mani in pasta, i guadagni – non del tutto leciti – del casino gestito da Robert De Niro vengono sistematicamente girati alle Famiglie di riferimento. In The Wolf, infine, anche l’ultimo brandello di ambiguità viene meno: non c’è “criminalità organizzata”, non ci sono cosche, non ci sono Famiglie mafiose. La fonte dell’immenso flusso di denaro è il tempio stesso della finanza: il marcio non è altro da noi (Goodfellas); non collide pericolosamente con la mafia (Casino). E’ dentro di noi, siamo noi. E’ negli openspace delle compagnie di brokeraggio di New York, è dove l’economia mondiale si forma, esonda, pervade ogni scelta, prevarica la politica e la condiziona. E’ negli uomini e nelle donne come tutti che, avendone la possibilità, semplicemente la sfruttano.

Dal punto di vista narrativo The Wolf forse paga gli anni di distanza dagli altri due. Di Caprio è presente praticamente in ogni scena del film, i cui personaggi di contorno sono solo dipendenti dal protagonista assoluto della storia. Non ha antagonisti (le due mogli sono le uniche a tenergli testa – la seconda in particolare, ma sono personaggi di secondo piano, nulla a che vedere con la complessa personalità di Lorraine Bracco di Goodfellas e la strepitosa Sharon Stone di Casino, e l’agente dell’FBI è un ometto serio, onesto, ma senza spessore) e non ha nemici interni, il che non permette di sviluppare la drammaturgia quasi shakespeariana dei due film precedenti. The Wolf è il trionfo dell’individuo e il cinema (maestoso ed essenziale – la mano di Scorsese è molto meno “visibile” in questo film che negli altri due. Altro segno del passare del tempo: il cinema d’autore ha lasciato spazio a fantasmagoriche produzioni perfette, troppo perfette) ne è l’amplificatore. Forse la lezione del tempo ha suggerito a Scorsese che oggi non è più possibile ricorrere ad una drammaturgia classica per raccontare quegli anni. Ora, dopo così tanto tempo, lo sappiamo bene: erano anni in cui contava solo l’individuo, anni in cui anche le Famiglie siciliane venivano spazzate via e non rimaneva altro che il desiderio radicale, ottuso, rivoluzionario a suo modo (siamo, è bene sempre ricordarlo, nel paese più puritano dell’Occidente), di cambiare il corso delle proprie vite, ma in un modo completamente svuotato di senso.

Casino

The Wolf of Wall Street restituisce in modo trionfalistico la perdita di scopo. Pure fosse quello di “essere un gangster” e quindi di essere “qualcuno”; o semplicemente di gestire un Casino, e farlo come si deve, con tutte le carte a posto, come sognava ingenuamente Robert De Niro. Ci sono voluti venticinque anni per capire che gli anni ottanta hanno delimitato il confine con il vecchio mondo. Non ci sarebbero state più le Cadillac molleggiate dal cofano enorme; non ci sarebbero stati più vicoli sordidi e pericolosi a New York, ripulita da Rudy Giuliano. Apparentemente gli Stati Uniti d’America sarebbero diventati un posto pulito, come tutti gli altri, SUV Toyota inclusi. E tutto ha avuto inizio allora, proprio a Wall Street, la fabbrica dei soldi.
Casino si chiude con un’amara constatazione: i vecchi edifici vengono fatti implodere e altri ne sorgono al loro posto. Las Vegas sta diventando Disneyland. E chi la paga questa trasformazione? Le azioni spazzatura. Quelle vendute dai Jordan Belfort, il “Lupo” di Wall Street. Il cerchio si chiude.

[Già pubblicato sul bollettino d’arte News-art.it]

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  1. 9 febbraio 2014 alle 09:02

    Ciao, l’ho visto ieri sera, lunghissimo. Una saga praticamente. Scorzese hai ragione tu: quasi scompare dietro ad un montaggio perfetto che si incarica di far deglutire allo spettatore le circa tre ore di eccessi. Espediente narrativo: la voce fuori campo del protagonista. In genere è sconsigliato…Forse necessario, per rivelarci quasi uno spirito critico del protagonista nel narrare la sua vicenda e l’epilogo nei panni del formatore in quel di Auckland (NZ) forse lo lascia intuire. Ma è un pelo nell’uovo. Unica sbavatura la renderizzazione della lamborghini bianca distrutta da DiCaprio (forse davvero troppo costosa per il budget romperne una vera, nuova). Che dire? I soldi muovono il mondo. L’incarnazione del mito americano…Le battute del dialogo iniziale, quando Di Caprio incontra il suo futuro socio, dicono tutto….”come cazzo fai a permetterti quella macchina? In fondo abito nel tuo stesso palazzo…ma io faccio camerette per bambini…tu che lavoro fai?”.
    Ecco, è tutto lì. Nello sgabuzzino dove vanno a farsi di crack subito dopo. Un prima e un dopo, la droga come il rito del calumet. Il crack come patto di sangue e (vedi bene) anche il goffo tentativo di annuciargli (via post-it) che è microfonato, in chiusura, per salvarlo e che comunque non gli eviterà la condanna e quindi il carcere. Un gran film, destinato a diventare un cult a sua volta nonostante una certa insistenza sugli aspetti più grevi (la pallosissima sequenza dell’assunzione di queste…). Il dialogo con la sua prima venditrice. Quell’assegno per aiutarla a mandare il figlio a scuola. Cose che accadono negli States, dove tutto, ma proprio tutto (vedi la sorte del cosidetto Obama-Care) ruota sul denaro.
    “Lo sterco del demonio” lo definiscono i cattolici (e li, fra loro e gli altri, i bigotti non mancano e hanno fatto senz’altro i loro danni, quanto a formazione del mito). Ti fa venire voglia di un atteggiamento più luterano. Ma tant’è. E’ il cinema, e a volte, ti racconta proprio come è andata. Come in questo caso. Bello.

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