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Questo non è un quartiere, di Luciano Curreri

Luciano Curreri, Quartiere non è un quartiere. Racconto con foto quasi immaginarie, 2013

[la lettura sparsa di MaxUtri]

Tutti noi (o buona parte, chissà?) sentiamo il bisogno di fare i conti con noi stessi e riflettere su dove siamo giunti e come. E tutti noi (o buona parte, chissà?) possiamo indicare una o più figure che hanno rivestito un ruolo di rilievo nella nostra crescita morale e intellettuale. E allora tutti noi (o buona parte, chissà?) ci sediamo a tavolino e, riga dopo riga, mettiamo nero su bianco un percorso, una vicenda, una storia di vita. E pochissimi di noi pensano che valga la pena di dare a queste righe dignità di stampa. Luciano Curreri ha pensato ne valesse la pena. Come dargli torto?

Il suo librino spigliato e denso, uscito per i tipi della veneziana Amos, ci porta per mano in un pezzo di Italia che non c’è più: precisamente a Quartiere, minuscolo paese frazione di Portomaggiore, in piena campagna ferrarese, dove lunghi mesi di vacanze estive hanno scandito l’infanzia e l’adolescenza dell’autore riempiendole di sapori, odori, biciclettate, letture, film, sfide, amori, lentamente sedimentando in una matura sensibilità.

In quei mesi e in queste pagine campeggia una figura che riempie di senso gli uni e le altre: la nonna Dolenes, donna pratica e di poche parole che la vita doveva rendere esperta nella difficile arte di tirare su, prima i numerosi fratelli, poi i figli, poi i nipoti. Donna-madre con nessun attimo per sé, se non quello che le permetteva di apprezzare il gusto di una fetta di salame e di un bicchiere di vino. E infatti proprio questo avrebbe chiesto sul letto di morte, e proprio questo, nel trasfigurato ricordo, avrebbe voluto portargli il giovane Curreri, salvo poi rinchiudersi in un bagno d’ospedale nello sforzo di “dire NO alla morte” depistando il dolore con quel salame e quel vino. Un bagno inventato?

Può essere. Ma vale come trasposizione immaginifica di un “peccato” che doveva sottilmente macerare l’autore ormai diventato adulto, un “peccato” che è all’origine di queste stesse pagine. C’è sempre un’urgenza che cova dentro quando si decide di scrivere. Qui è il tentativo di fronteggiare il rimorso per non essersela “sentita di fare l’ultimo viaggio con Lei nell’estate del 2004”, a pochi mesi dalla morte, “di averla fatta morire lontana da Quartiere”. È la speranza di riappacificarsi, tramite la confessione, con la nonna, con gli amici, con il paese, con se stesso, riuscendo alfine a venir fuori, e definitivamente, da quel bagno d’ospedale.

Tentativo riuscito? Di certo per lui valeva la pena compierlo, e per noi leggere di questa donna singolare, “una specie di Dante al femminile, una donna che ha attraversato l’inferno del tempo per venirmi a dire e a dare ancora Natura, natura vera, sdrucciola e sdrucciolata: mi ha restituito spazi impossibili correndo nelle cantiche del tempo”.

[Leggi, su La poesia e lo spirito un’intervista di Marino Magliani a Luciano Curreri]

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Categorie:letture, MaxUtri
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