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La fine del più grande

ImmagineCosa significa essere un grande attore? Un grande attore hollywoodiano. Non ce ne sono molti di grandi attori. Ce ne sono di molto buoni, di ottimi. I grandi attori sono pochi. Provo ad elencarne qualcuno per far capire a cosa mi riferisco: Meryl Streep, la più grande di tutti/-e, Al Pacino, forse Leonardo DiCaprio per non citare i vecchi ormai in disarmo come Jack Nicholson. E poi il più grande, probabilmente: Philip Seymour Hoffman.

Philip Seymour Hoffman non c’è più. E’ stato un attore sbalorditivo. Ma cosa significa? Perché un attore è non solo bravo, o bravissimo, ma “grande”? L’attore è grande quando perde completamente se stesso. Quando è talmente al servizio della finzione scenica, da lasciare lo spettatore con un crampo fastidioso nella bocca dello stomaco. Il grande attore fa diventare il film in cui recita, esattamente quello che che dovrebbe essere: un altro mondo, credibile, efficace, sostitutivo di quello vero, autoconsistente. Il che naturalmente butta a mare ogni considerazione riguardo il delicato rapporto fra finzione e realtà; anestetizza ogni considerazione più evoluta e sottile su ciò che dovrebbe significare l’immagine cinematografica, su quanto e come e se debba esporsi come finzione e non come specchio della realtà. Il grande attore è grande in ragione della sua capacità mimetica codificata da Stanislavskij. Diamolo per buono. Perché non dovrebbe essere così? Per quale motivo in fondo la gente va al cinema?

Philip Seymour Hoffman trasformava la materia di cui era fatto (carne, grassi, capelli, sguardi) in un artefatto che aveva del diabolico, tanto s’impossessava di una natura altra. Era grande perché i suoi personaggi, tutti, anche quelli minori, erano preziosi come pezzi unici, irripetibili. Perché se Metodo c’era, questo era applicato nel profondo delle sue motivazioni: non mettendolo in mostra (come succede per tanti bravi attori, la cui tecnica è immediatamente riconoscibile e replicabile), ma sfruttandone in modo assoluto i principi: più l’identificazione è perfetta meno si potrà ricondurre l’attore all’applicazione di un qualsiasi “metodo”. Philip Seymour Hoffmann scompariva nel personaggio, che non avrebbe potuto esistere altro che in se stesso, con le sue morbide fattezze, malinconiche, infantili, delicate, spaventate. Pareva proprio che prestasse al personaggio il proprio mondo intimo, turbato, prezioso, per svuotarsi e rinascere in una nuova forma che dell’uomo Philip Seymour Hoffman non ereditava che lo stampo, che sul set avrebbe dato la luce ad una creatura nuova, aliena. Il grande attore inventa gesti che non si sono mai visti (Al Pacino in questo è un maestro); altera i tempi di entrata e di uscita rispetto all’andamento delle tecniche standard di recitazione, sorprende, si smarca, inventa. Il grande attore è un autore e Philip Seymour Hoffman ha inventato, plasmato soprattutto dalle mani di Paul Thomas Anderson (che lo ha diretto in Sydney, Boogie nights, Magnolia, Ubriaco d’amore e The Master), ma anche dei fratelli Coen (Il Grande Lebovski) personaggi indimenticabili, fra i quali spicca senza dubbio il Truman Capote che gli è valso il premio Oscar.

Se si guardano le foto che lo ritraggono in occasioni festose, come la consegna di un premio, o la presentazione a un festival, sembra di vedere un uomo dolce, sorpreso, schivo, messo a nudo, in imbarazzo per la sua semplice natura umana in realtà così spaventosamente dotata di superpoteri di cui quasi vergognarsi, privato della protezione dei suoi fantasmi cui ha dato forma e voce, ognuno dei quali gli ha garantito di dare alla luce ogni volta un pezzo di sé, il più nascosto, il meno spendibile nel mondo reale.

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  1. Riccardo
    3 febbraio 2014 alle 21:14

    E’ stato un attore straordinario anche in film forse “minori”, come “Il dubbio”, “Onora il padre e la madre”, e persino in “Mission Impossible”. RdB

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