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La religiosità laica di Still life

Secondo film come regista di Uberto Pasolini (produttore italiano emigrato in Inghilterra che negli anni Novanta fece fortuna realizzando Full Monty), Still life (premiato in diversi festival, fra cui l’ultima mostra del cinema di Venezia) è un piccolo film delicato, asciutto, coraggiosamente intriso di “buoni sentimenti” senza però scadere mai nel sentimentalismo.

Cosa c’è di più difficile che parlare di amore per il proprio prossimo, di amore universale, di anche solo accennare al fondamento biologico di ogni uomo – per chi crede – di essere fatto a somiglianza del divino e per ciò stesso meritevole di essere amato? Still life è un film che, dietro la storia un po’ grottesca e affettuosamente ironica di un impiegato comunale addetto al ritrovamento (quasi sempre destinato al fallimento) dei parenti delle persone che muoiono sole al mondo, nasconde una religiosità laica che vince la sfida con la retorica e il facile romanticismo.

La religiosità di Still life è detta sottovoce. Soprattutto è riprodotta attraverso le immagini, nitide, gelide, desaturate, estremamente nordiche, che ritraggono, proprio come una “natura morta” (questo è il significato del titolo, che allude anche, attraverso un gioco di parole, alla durevolezza del ricordo e dell’amore) i momenti ripetitivi della vita di John May (uno straordinario Eddie Marsan), uomo metodico, ordinario, timido, ma anche affascinato dagli altri e dal mondo, soprattutto da coloro che lo hanno lasciato abbandonati da tutti (nei quali, evidentemente, si rispecchia). Spesso la macchina da presa indugia proprio sulle povere cose che riempiono la vita di John, cristallizzandole in quadri spogli, nobilitati dal senso profondo della nuda vita, colta in un colloquio intimo con il mondo interiore dell’uomo che rappresenta.

John è un uomo “puro”, incontaminato, quasi che l’evoluzione culturale o antropologica lo abbia solo sfiorato. Quando la ragazza del bar gli propone una cioccolata calda al posto del suo abituale the verde, lui accetta, impacciato, sia per l’incapacità di dire di no, sia per una forma di curiosità naturale, situata prima della coscienza, che lo porta poi ad osservare quel liquido misterioso come fosse stato creato in quel preciso istante (stessa reazione davanti ad una bottiglia di whisky). Questa sua forma di genuinità incontaminata ne fa una specie di angelo, provvisoriamente con le sembianze di un goffo, bruttino ma generosissimo essere umano.

John May lavora nel sottoscala di un municipio di periferia, a Londra. Il suo dirigente lo avverte che di lì a poco il suo ufficio verrà chiuso e lui sarà licenziato. John non si scompone più di tanto. L’unica richiesta è quella di portare a termine l’ultimo caso di cui si sta occupando, quello di tale Billy Stoke, l’ennesimo disperato che si è lasciato morire fra l’incuria, la sporcizia e le bottiglie di whisky dozzinale come unici soprammobili.

Billy Stoke è solo l’ultimo di una catena di uomini, donne, ragazze e ragazzi morti nella solitudine, i cui corpi non sarebbero stati reclamati da nessuno e che grazie a John avrebbero quantomeno avuto un dignitoso funerale. Di ognuno di loro egli conserva le fotografie incollate agli angoli in un album come non se ne usano più, le pagine rigide e polverose. I fotogrammi silenziosi che si soffermano sui dettagli di quei volti, visti attraverso lo sguardo compassionevole di John, riescono a restituire il diritto di ognuno di essere unico, bello, amabile, senza alcuna particolare ragione, se non il fatto stesso di esistere.

Ma Billy Stoke è un caso un po’ particolare. Intanto perché abitava proprio di fronte a lui. Poi perché dalle tracce raccolte come un detective in minore nel suo appartamento emergono segnali di presenze rintracciabili. Una ex che vende fish & chips con la quale ha avuto una figlia (che però ignora chi sia suo padre); un compagno d’armi (hanno combattuto nelle Falkland), due sbandati compagni di bevute e infine un’altra figlia, Kelly (Joanne Froggatt, star nella serie TV “Downton Abbey“).

E’ proprio l’incontro con quest’ultima a cambiare radicalmente le cose. John decide di lasciare a Billy Stoke la “camera con vista” che si era prenotato per il proprio eterno riposo (il punto più bello e panoramico del piccolo cimitero del Municipio), e dopo un primo appuntamento forse per la prima volta può assaporare il soffio caloroso della speranza: la deliziosa Kelly, la figlia di Billy, sembra provare una simpatia per lui. Accetta un appuntamento, ne fissano un altro.

Le speranze, come spesso accade nella vita, non si realizzeranno. Ma la svolta melodrammatica non è fine a se stessa. Grazie ai suoi sforzi il funerale di Billy sarà affollato degli amici e delle persone care che lo hanno conosciuto in vita: un raduno colorito e multietnico che con composto, affettuoso distacco renderà più lieve l’addio al loro amico.

Lui, John, non ne farà parte. Sarà il primo funerale a cui non potrà partecipare, dei tanti che ha contribuito a celebrare. Il destino ha voluto diversamente. Ma la sua capacità di amare risulterà feconda, contagiosa, e il suo sacrificio, alla fine, salvifico.

[già pubblicato il 7 gennaio 2014 su News-art.it]

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Categorie:cinema e film
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