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Cassandra, di Christa Wolf

Christa Wolf, Cassandra, 1983

[le letture del martedì di Rdb]

Di ritorno da un giro archeologico in Grecia si discute sui posti più belli. Delfi ? Olimpia ? L’Acropoli di Atene ? Un filo sotto – ma sono ammesse obiezioni – ci sono Epidauro, Argo, Tirinto (bellissimo), Corinto e, soprattutto, Archicorinto (sembra di fare un salto nel Medioevo).

Un luogo a parte rimane Micene, con la sua Porta dei Leoni, che a 15 anni scoprimmo nel primo volume dell’Argan. Della città sono rimaste molte rovine, le spettacolari tombe di Agamennone e Atreo, le mura ciclopiche. Sembra ancora che risuonino le armi dei soldati, i racconti della guerra di Troia e gli intrighi di corte.

Di qui prende le mosse Christa Wolf: fatta prigioniera da Agamennone e portata come schiava a Micene, Cassandra aspetta la sua sorte sotto la Porta dei Leoni. Mentre attende Clitennestra, che le riserverà la stessa fine toccata ad Agamennone, la profetessa ricorda la sua vita a Troia. Sacerdotessa di Apollo, non fu creduta dai suoi concittadini, che portarono il cavallo dentro Troia.

Nel racconto c’è il difficile rapporto con il padre Priamo e tutta la corte del re. Cassandra, che urla contro l’assurdità della guerra,  sarà esiliata sulle rive dello Scamandro, nella comunità delle sacerdotesse del Dio al quale non si era concessa: Apollo si era vendicato condannandola a proferire profezie che non sarebbero mai state ascoltate.

Enea è l’unico uomo veramente amato. Paride è dipinto come un fratello futile e stolto, che rapisce Elena, che forse non arriverà mai a Troia, perché rapita dal re d’Egitto, secondo la versione di Euripide.

Le 170 pagine sono un flusso di autocoscienza – ma Virginia Woolf è su livelli ben più alti – dove i dialoghi non arrivano a coprire due pagine. Un’amica nata a Berlino Est mi ha detto che l’autocoscienza era il trucco della Wolf per alludere a cose delle quali non si poteva parlare in quegli anni, con la Stasi attenta a spiare. A parte Enea e il giovane fratello Troilo – ucciso da Achille, che Cassandra chiama “la bestia” – le eroine sono donne: Briseide, Polissena, Pentesilea. Potete leggere il romanzo come lungo sfogo femminista di una donna condannata a combattere contro tutti. Del resto, pur astraendo da Apollo e la sua maledizione, come si poteva essere ascoltate parlando di pace a uomini vissuti circa 1000 anni prima di Cristo?

Cassandra vi piacerà se siete di ritorno da Micene e freschi della rilettura di Iliade o Odissea o amanti dei miti greci. Ma, frankly speaking, forse lo troverete un mattone indigeribile se vi avvicinerete a mente sgombra.

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Categorie:letture, riccardo db
  1. lucy calabrese
    11 novembre 2013 alle 21:08

    IL GATTOPARDO(1954-1957) Giuseppe Tomasi di Lampedusa

    di Lucy Calabrese

    Basta osservare l’insegna araldica del gattopardo,l’animale dai grandi baffi,ritto sulle enormi zampe,per rendere chiara l’idea dell’austerità e della statura intellettuale del Principe Fabrizio Corbera di Salina,il protagonista del romanzo.Una perfetta metonimia.
    A far da padrona,nel romanzo,altro non è che la ricca complessa affascinante interiorità del principe.
    IL lavoro di Tomasi di Lampedusa,rappresenta la fine dell’epoca (1860-1910)in cui il potere era in mano all’aristocrazia,attraverso le penose ma realistiche considerazioni di uno dei rappresentanti più consapevoli del vecchio mondo feudale,ragion per cui i personaggi principali sono nobili(il ceto che scende gradatamente da una condizione di forza,di prestigio ad uno stato di debolezza)o borghesi(la classe che li soppianta).
    Straordinario lo sfogo del principe con il piemontese cavaliere Aimone Chevalley di Monterzuolo circa il giudizio che viene dato sulle cause dell’arretratezza della Sicilia,ove emergono divergenti concezioni politiche: da un canto la convinzione del principe che i Siciliani non si sveglieranno mai dal lungo sonno,e che non esiste alcun rimedio da porre alla triste realtà del Sud: <>. Don Fabrizio ha la consapevolezza che i suoi isolani non riusciranno mai a guardare oltre la siepe,soprattutto in un momento in cui va affermandosi il fallimento sociale e politico del Risorgimento italiano,in special modo nella sua politica meridionalistica.
    Le concezioni pessimistiche, politiche e filosofiche,fanno maturare nell’animo del principe la certezza della consapevolezza che lo scorrere del tempo lo sta travolgendo sino ad inghiottirlo,inevitabilmente,nel suo vortice. E’ nel protagonista,ricorrente il pensiero della morte ogni qual volta solleva il capo per rimirare il firmamento:la contemplazione delle stelle incorruttibili,lo conduce alla ineluttabilità della morte cui nessuno può sfuggire.Egli morirà in una squallida stanza d’albergo,nel 1883.
    IL GATTOPARDO,testimonia la crisi del nostro tempo poichè inquietudine ed insieme consapevolezza dell’esistenza individuale della propria finitezza sono gli affanni cui è permeato l’uomo contemporaneo.

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