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Patrimonio, di Philip Roth

Philip Roth, Patrimonio, 1991

[tornano dopo la pausa estiva le letture del martedì – eccezionalmente di giovedì – di RdB]

 

roth003Ennesima variazione sul tema della morte da parte di Roth, che anticipa i temi dell’Animale morente, uscito prima di Patrimonio in versione italiana, ma scritto nel 2001. Roth racconta la fine del padre, Hermann, che a ottantasei anni vorrebbe camparne altrettanti. Roth fa un’operazione da romanziere realista dell’Ottocento. Si dice che Flaubert e altri scrittori del suo tempo se ne andassero negli ospedali a vedere la gente crepare per descrivere meglio la morte nei loro libri. Roth fa una cosa diversa, non vuole parlare solo della morte: vuole farci conoscere tutto degli ultimi mesi di vita del genitore. “Non devi dimenticare nulla” è il motto esplicito del libro. Il migliore omaggio da fare al padre è raccontare nei dettagli il suo ultimo periodo, i suoi ricordi e le reazioni di tutti quelli che gli stanno vicino, il figlio e gli altri parenti.

Roth ci ha spesso raccontato storie incredibili, spesso ai limiti della verosimiglianza. Patrimonio è un’altra cosa, è una storia vera, narrata nei minimi particolari: l’apparire della malattia, le difficoltà di interpretarne i sintomi, gli incontri con i medici, i verdetti in parte diversi, le reazioni di Hermann e di Phil, la scelta terribile se operare o meno. C’è tutto l’amore di un figlio per il padre anziano in una scena tragicomica, nella quale il genitore non ce la fa a raggiungere in tempo il wc e se la fa sotto, insozzando tutto il bagno. Il figlio supera la vergogna del padre, lo lava, lo accompagna a letto, e poi torna a pulire il bagno nei punti più reconditi, fino a concentrarsi sui solchi che dividono le mattonelle.

Forse le pagine più belle sono i ricordi del padre della vecchia Newark, dell’orgoglio di essere stato un lavoratore di successo in una compagnia di assicurazione. C’è la storia della comunità ebraica di Newark, della mutua assistenza, di famiglie che dal nulla sono diventate ricche (anche attraverso il pugilato!), un tema che esploderà in Pastorale americana. Pagine classiche, come in altri romanzi dell’autore, sono quelle sul caratteraccio del padre, naturalmente peggiorato con la vecchiaia e la malattia. Perché, in fondo, i personaggi memorabili di Roth hanno dei caratteri terribili, si pensi a Sabbath, al padre dello svedese in Pastorale, al professore della Macchia umana.

Le ultime pagine, con la morte del padre, la decisione di non far attaccare il respiratore meccanico (“Papà, ti devo lasciare”), e il sogno della nave fantasma, dismessa e ormai alla deriva, raggiungono livelli altissimi, ai quali Roth ci ha spesso abituato.

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  1. Cpd
    5 settembre 2013 alle 18:08

    Condivido. È riuscito a rendere giustizia ad un sentimento amoroso quasi impensabile: un padre anziano dovrebbe renderci clementi nei confronti della morte e del destino, e Roth invece ci concede la libertà di non lasciare al buon senso comune, ma a quello che sentiamo davvero, il rapporto con la fine terrena.

  2. RdB
    8 settembre 2013 alle 22:06

    Grazie per il commento. E’ un libro commovente, su un passaggio della vita che ci accomuna tutti.

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