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Goodbye, Columbus di Philip Roth

Philip Roth, “Goodbye, Columbus”, 1959

 [Le letture del martedì, di RdB]

A Philip Roth non interessano le descrizioni eleganti, spesso minuziose e sovrabbondanti, di ambienti, interni ed esterni, di vestiti, salotti, città, mari e monti, alla Proust, alla Flaubert o alla Nabokov (noi amiamo in particolare gli ultimi due). Gli sono pure alieni gli sperimentalismi alla Céline o alla Gadda (altri nostri idoli). Né gli interessa troppo l’introspezione psicologica alla Dostoevskij, per fare un solo esempio.

roth

A Roth interessano i dialoghi, i ragionamenti o, meglio, gli scontri tra uomini e donne, o tra persone dello stesso sesso. Può trattarsi di mamma – o entrambi i genitori – e figlio maschio, un classico ebreo, come ne “Il lamento di Portnoy” e “Indignazione”.
Oppure tra padre e figlio maschio, come in “Pastorale americana” o in “Patrimonio”. O tra padre e figlia femmina, come ancora in “Pastorale americana”. Oppure tra fratelli, come in “L’animale morente “ o “La controvita”. Certo, gli scontri ricorrenti sono quelli tra marito e moglie – o tra amanti – come in “La macchia umana” e “Il teatro di Sabbath”.
Una classificazione completa di questi scontri è impossibile, anche perché essi si svolgono in gran parte fuori della famiglia. Sono dialoghi, ma spesso litigi, che scaturiscono da idee diverse, religioni diverse, caratteri e ambienti sociali diversi. Si capisce che Roth eccelleva a scuola nell’ora di dibattito, un must dell’educazione statunitense. Nella vita esistono essenzialmente persone con idee diverse e spesso non ci si riesce  a mettere d’accordo: questo sembra dirci Roth.
Anche in questo primo libro – un raccolto lungo e cinque pezzi più brevi – i personaggi si scannano, si accapigliano. Soprattutto non ci si capisce. Nel lungo racconto “Goodbye, Columbus”, non ci si comprende con l’amata (se ne trasse anche un film). Tutti gli stereotipi della famiglia sono lì (splendido il ritratto del fratello perdente del signor Patimkin).

Negli altri racconti si litiga soprattutto tra ebrei, su come interagire con il rabbino, su come concepire la vita in caserma o su come intendere la tradizione (“Eli, il fanatico” è un piccolo capolavoro). Ma ci sono anche famiglie che si disgregano e allievi difficili che le scuole non riescono a gestire.

“Goodbye, Columbus” uscì nel 1959, quando Roth aveva 26 anni. Non siamo ai livelli – né per qualità né per età – dei “Buddenbrook”, che Thomas Mann scrisse a 26 anni, e di “Gli indifferenti”, che Moravia pubblicò a 22 anni, ma la stoffa del grande scrittore già si vedeva, eccome.

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