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Altri Siti (altri paradisi)

La recensione al romanzo “Resistere non serve a niente“, di Walter Siti, fresco vincitore del Premio Strega la trovate qui: https://blogsenzaqualita.wordpress.com/2012/09/16/resistere-non-serve-a-niente-scrivere-un-romanzo-forse-si/.

Invece ora pubblico una cosa che ho scritto nel luglio del 2007 e non ho mai pubblicato (almeno credo: Google non ne trova traccia) su un precedente romanzo di Walter Siti: Altri paradisi.

Uno strano andirivieni mi ha avvicinato e respinto dagli Altri paradisi di Walter Siti.

L’incipit. Chi non si sentirebbe attratto da un incipit come questo? “Mi chiamo Walter Siti, come tutti” (quando l’ho letto non sapevo che la frase è di Erik Satie: “Mi chiamo Erik Satie, come chiunque.” Non dichiararlo mi sembra piuttosto scorretto).
Ma poi ho letto i risguardi, cosa che non avrei dovuto fare (e che in effetti non faccio quasi mai), il cui contenuto mi ha parecchio preoccupato. Non so perché ma le aspettative che quell’incipit aveva alimentato venivano in qualche modo distratte, se non cancellate, dalla sintesi redazionale.

La lettura delle prime dieci pagine mi ha invece notevolmente confortato: la qualità della scrittura di Siti mi è parsa pregevole, e mi ha intrigato.
Poi, a un tratto, succede qualcosa. O forse non succede nulla. Forse mi si chiarisce quello che fino ad allora volevo sperare che non fosse. Succede che quanto il risguardo aveva minacciato e che le prime pagine sembravano avere fugato era invece vero.
Avevo fra le mani un libro “di genere”, un genere che, per motivi che spero di chiarire fra poco, personalmente trovo ripetitivo e piuttosto noioso, il genere “gay”.

Non sprecherò tempo per dichiarare tutta la mia profonda simpatia per i gay, né vorrei dedicarne troppo per esternare la mia antipatia per alcuni degli stereotipi presenti soprattutto nelle arti (letteratura e cinema) del loro mondo.

L’io narrante, Walter Siti, è un intellettuale gay. Ha trovato l’amore (ovviamente di un giovane e bello, uno che lavora per la Carrà) e a sessant’anni scopre che la sua vocazione è penetrare. (debbo presumere che nell’ars amandi gay stabilire chi fa cosa sia più rilevante che fra gli etero, per essere un elemento tanto decisivo nell’economia psicologica del personaggio).
Poi il centro della narrazione diventa Sergio e la sua vita televisiva. Il gossip, la banalità salvata da un punto di visto affettivo. Qui mi fermo. Penso di abbandonare (vado avanti, ma a fatica).

Le cose che non mi vanno giù di questo tipo di romanzo sono sostanzialmente tre.
La prima: la prevedibilità. Succedono cose che già ti aspetti per averle già viste, lette, sentite (mi domando se la coazione a ripetere di uno stilema non sia il tratto fondativi della pornografia). L’intellettuale che se la fa con ragazzi meno colti di lui, anzi possibilmente il più borgataro possibile. La ri-scoperta del sesso, la scoperta della libertà, l’alternanza alto-basso, il marchettaro, i corpi scolpiti di palestrati arrapanti eccetera eccetera.
Aggravata dal fatto (il secondo punto) di esigere dal lettore generico una condivisione aprioristica, acritica e forse anche pietosa (nel senso etimologico): se io ti racconto che vado a Miami e vado a rimorchiare in un locale fatto-a-posta è chiaro che tu, lettore, hai ben chiaro che io, professore universitario colto, non sto facendo una porcata che se fossi un eterosessuale e andassi banalmente a puttane sarei esposto a una facile condanna morale (da destra e da sinistra), no, lettore avveduto, la mia è una esperienza esistenziale che ripercorre da una parte le gesta pasoliniane (che, non lo sai, o lettore, che io sono il curatore dell’opera omnia di PPP dei Meridiani Mondatori?), e dall’altra una nobiltà di ritorno, dovuta proprio al mio perdermi nel limo, di annullare la mia superiorità intellettuale e accettare la parte di me non soffocata da sovrastrutture per di più delegittimata culturalmente (e quindi apprezzata esistenzialmente) dall’uso del clichè triviale, che io, intellettuale professore universitario maneggio con la Consapevolezza Postmoderna di chi sa di usare un clichè e tutto questo è alla fine solo un gioco metatestuale.

Ecco, quello che non capisco è perché questo tipo di esperienze (che non hanno in sé – credo volutamente – alcun tratto di originalità) debbano avere spazio all’interno del racconto. Non mi è chiaro come si debba/possa trovare piacere nella lettura di simili clichè. Ci trovo come un deficit di inventiva, non sto applicando un giudizio morale. Mi si chiede di aderire a un progetto narrativo standard che non trova ragione d’essere se non nell’esperienza esistenziale dell’autore. Al quale io non posso garantire alcuna simpatia preventiva, tanto meno in ragione delle sue inclinazioni sessuali: io posso limitarmi a giudicare dal testo. Nessuna storia eterosessuale sarebbe sopportabile su queste basi: non vedo perché questo debba esserlo in un contesto gay. Il mondo della televisione (il punto più in basso che possa esistere nobilitato in quanto punto di vista), i marchettari. Non se ne può proprio fare a meno?

Io direi che la letteratura gay dovrebbe essere più esigente.

 (mi è venuto un dubbio: “come tutti”: è la condivisione di un destino comune o una chiamata in correo?)

 

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Categorie:letture Tag:
  1. 8 luglio 2013 alle 08:53

    Premetto che diffido dal premio Strega dopo l’esperienza fatta con Acciaio della Avallone. Ho appena finito di leggere e recensionare un libro simile: Tropico del Cancro di Henry Miller e non ho potuto fare a meno di accostarli, dopo la tua recensione. Per fortuna nel mio caso l’idea che fosse un romanzo di genere è scivolata via…

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