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To selfpublish or not to selfpublish?

That is the question.

Io, come tanti, ho fin ora pensato che la risposta più giusta fosse: not to selfpublish (la seconda che ho detto, come da copione). Per i motivi che tutti possono intuire da soli, e che quindi non starò qui ad elencare (se non molto sommariamente: troppo facile, niente selezione niente qualità, è pura vanity press, se l’ho scritto non per questo va pubblicato, checché ne dicesse – non lo dice più – uno dei maggiori provider della materia in Italia che però, per non smentirsi, sulla sua home page fa cominciare così l’elenco degli step dell’autopubblicazione: “crea un libro di qualità“, cui seguirebbero enne punti esclamativi intervallati da enne punti interrogativi e faccine ironiche e disgustate).

Però sono sempre di più sono i casi di libri autopubblicati che scalano le classifiche di vendita (negli Stati Uniti, in primo luogo). E sono davvero sorprendenti alcuni dati di cui sono venuto in possesso un po’ clandestinamente ieri pomeriggio. Per non tradire la consegna della riservatezza dirò solo che in una importante libreria di e-book italiana gli autopubblicati in molti casi vendono di più dei libri pubblicati da piccole o piccolissime case editrici che si servono di quello stesso canale distributivo. Ovviamente a nome di tutti gli editori, c’è subito stato quello che, tempestivamente, per evitare scene di panico e/o di suicidi collettivi, ha tenuto a precisare che il ruolo, fondamentale, degli editori giammai è da ritenersi tramontato, giacché solo l’editore, grazie al suo duro lavoro, garantisce reputazione e aggregazione intorno a specifici argomenti.

Questo è vero (e consolante), ma solo in teoria, perché altrimenti non si spiegherebbe come mai i lettori debbano – anche a parità di prezzo – preferire acquistare un e-book di uno sconosciuto selfpublisher, in luogo di un autore selezionato fra mille, su cui si sono investiti soldi (pochi).

Il fatto è che secondo me queste piccole o piccolissime case editrici il cui nome risulta in genere totalmente ignoto a chiunque, salvo a quelli che ci lavoran, ai loro parenti stretti e ai loro affezionati autori, non hanno alcuna reputazione presso il “grande pubblico”. Anzi, sempre secondo me, incutono diffidenza, sospetto, indifferenza. Nessuna di queste piccole o piccolissime case editrice, nella maggior parte dei casi, ha dato mai, e dico mai, prova di garantire qualità, e quindi la famosa reputazione. I libri che ospita nelle sue collane sono del tutto indistinguibili da quelli autopubblicati; i quali però, evidentemente, fanno maggiore simpatia, li si guarda con un più benevolenza e soprattutto, e questo è l’argomento decisivo, se per qualche motivo stanno riscuotendo un qualche successo, godono, loro sì, della reputazione della rete. E se stanno riscuotendo un qualche successo evidentemente lo meritano.

Il problema quindi non è la proliferazione degli autori (anche questo è un problema, ma minore), quanto quella delle case editrici piccole o piccolissime che pubblicano libri di bassissima qualità. Quello che può salvarle è un lavoro di intelligente correlazione con la rete, o con il mondo reale, se proprio ci tengono. Non possono pensare di costruirsi una reputazione per il solo fatto che esistono. Devono conquistarsela prima, a fianco, oltre il libro. Come esperienza sociale condivisa. Altrimenti continueranno a vivacchiare pubblicando cose di qualità comunque molto bassa, e senza alcun appeal. Sfavorendo, tra l’altro, in questo modo, quello che di buono c’è all’interno dei loro cataloghi.

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Categorie:libri e dintorni
  1. 10 giugno 2013 alle 14:35

    Io il mio libro, definito giustamente da Giulio Mozzi “ingenuo”, l’ho voluto pubblicare ugualmente e l’ho fatto servendomi del sito “il mio libro.it”. Non ne sono soddisfatta perchè, nonostante le mille indicazioni, non sono riuscita ad ottenere un prodotto soddisfacente dal punto di vista grafico e inoltre riconosco i limiti della mia opera. Però sono tanto felice di avere queste poche copie qui con me! Insomma è comunque una bella soddisfazione.

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