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Ninfa plebea, di Domenico Rea

Domenico Rea, Ninfa plebea, 1992

[le letture del martedì, di RdB]

La prima cifra di questo romanzo è una sensualità sfrenata. Tutto inizia con Nunziata, la mamma di Miluzza, e prosegue con la figlia, di cui seguiamo l’iniziazione e la maturità amorosa. Come in altri romanzi meridionali – si pensi a Brancati – il sesso e la morte dominano su tutto. Le classi plebee pensano solo a una cosa. Miluzza è una ninfa che si mantiene pura in un paradiso di diavoli (frase attribuita a  Goethe ma in realtà di Piovano Arlotto, scrittore toscano del Quattrocento).

Sarebbe però riduttivo vedere questo romanzo solo come la storia di una ragazza. Descrivendo la Nofi (Nocera Inferiore) degli anni Trenta e Quaranta del Novecento, “Ninfa plebea” offre un affresco di cosa era – e forse è ancora oggi in certe realtà – la vita nel Sud italiano. Le feste paesane; il passeggio nel corso principale; le cerimonie e le processioni religiose; i bassi dove bisogna mettere una tavola sul cesso per impedire l’uscita dei topi; i parroci zozzoni; l’eterno pettegolezzo di paese; i vecchi che raccontano le favole; i mercati e i negozi addobbati; le puzze delle fogne; i funerali; i ricevimenti straordinari offerti dalle poche famiglie aristocratiche (ricordate Il gattopardo e I viceré ?); le amanti e gli amanti; le canzoni e i proverbi che tutti conoscono; l’esplodere delle clamorose primavere e estati meridionali (c’è qualcosa di più dolce al mondo?); i matrimoni infiniti (altro che  “Quattro matrimoni e un funerale”).

In Ninfa plebea ci sono le notti stellate, le piante, i fiori, i profumi del Sud. Quando scoppia la primavera i rampicanti, le edere, gli ibiscus, le ginestre, i papaveri  invadono le case. In una società ancora contadina non c’è separazione tra campagna e città.

E, per finire, come in una natura morta del Seicento, ma esaltando la vita, Rea ci spiattella un campionario di specialità culinarie meridionali, campane ma non solo: caponata; insalata di patate; cipolle e basilico; uova fritte con peperone secco calabrese; babà; taralli;  ragù con polpette; frittura mista all’italiana o alla genovese; maccheroni imbottiti con mozzarella filante e polpettine; braciole con prezzemolo, aglio e pepe; patatine, insalata, formaggio e santa rose con l’amarena; brodo e pollo lesso; pane biscottato di granone; provolone piccante; salame napoletano col pepe; finocchi in pinzimonio; bistecche di cavallo; carne di vaccina ai ferri; carciofo mammarella; biscotto di granoturco bagnato con fagioli e cipolla; pomodori mangiati come frutti; pasta e fagioli lardiati; pasta e cavolfiore; pasta e zucca; pasta e peperoni; pasta e cicerchie; fondi di carciofo; maccheroni al ragù o alla genovese; zeppoline con lo zucchero; soppressate; melanzane sott’aceto e all’olio condite con il cerasiello; acciughe di Cetara con capperi e finocchietto; olive bianche di Spagna; olive nere e ricce di Ferrandina; olive nere di Gaeta; olive frantumate in insalata con aglio e prezzemolo di Molfetta; maccheroni al forno con crosta e crollo di polpettine e mozzarella filante; tocchetti di salsiccine e salame; cappone alla diavola; cappone imbottito di carne, passi e pinoli rollati al burro; coniglio arrecanato addolcito con vino marsalato; gliommeri di capretto lattante arrostiti in salvia e menta; orata in bianco; dentice farcito d’alghe; mèvez’ nera imbottita di prezzemolo, aglio e peperoncino.

È un inno al ricordo, all’infanzia, alla giovinezza, a come eravamo. La scrittura di Rea è barocca e magica. Ecco il Giovan Battista Basile del Novecento napoletano, ancora sottovalutato.

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