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Viva la libertà!

[pubblicato su News-art.it, il 2 maggio 2013]

Sarà per la frequente contiguità, più o meno esplicita e dichiarata, fra registi e sceneggiatori con il partito comunista (e seguenti), ma sono relativamente numerosi i film italiani che hanno messo e mettono al centro del racconto l’attuale Partito Democratico. In modo affettuoso o riflessivo-intimista nei film di Ettore Scola (C’eravamo tanto amatiLa terrazza), più analitico e critico nei film di Nanni Moretti (La cosaPalombella rossaAprile), per tacere di quelli più prettamente storici, o legati alla Resistenza.
Viva la libertà del palermitano Roberto Andò (tratto dal suo romanzo Il trono vuoto, del 2012) si inserisce in questo sottogenere. Film quanto mai d’attualità, vista la situazione politica e lo psicodramma vissuto in queste settimane dal Partito DemocraticoViva la libertà racconta della crisi di Enrico Oliveri, segretario del “principale partito d’opposizione” (non più), in caduta libera nei sondaggi, messo in discussione al suo interno, ma soprattutto profondamente deluso da se stesso, dal mondo politico, e perciò vittima di una forte depressione. E’ chiaro che ciò che gli manca (a lui e al suo partito) è la forza di rinnovarsi.

Ne è la prova il suo segretario personale, factotum quarantenne nato vecchio, ordinario, grigio funzionario di partito, rigoroso e ortodosso, timoroso, sensibile e scialbo.
Stritolato fra la retorica di un ennesimo convegno e l’ipocrisia di una riunione della segreteria, Oliveri prende la decisione più radicale: fuggire, scomparire. Destinazione della latitanza: la felicità perduta, il passato remoto dei sentimenti, incarnato in Danielle, amore (complicato) di un’estate, che ora vive a Parigi, fa la segretaria di edizione e ha sposato un grande regista di origini cinesi, con il quale ha avuto una bambina.

Il giovane factotum non si perde d’animo. La brillante soluzione per evitare al partito uno scandalo e un ulteriore tracollo nei consensi è di convincere il fratello gemello del segretario, un bizzarro “filosofo” reduce da un periodo trascorso in un ospedale psichiatrico, a prendere il posto del segretario. Conosciuto con lo pseudonimo di Giovanni Ernani, il gemello si presta con divertito coinvolgimento, come se non vedesse l’ora di dare una mano alla causa. A modo suo, naturalmente.
La ricetta funziona. Mentre Enrico in Francia ritrova se stesso liberandosi dalle angosce che gli procurava la vita politica in Italia, Giovanni si prende il lusso di sconvolgere con semplici, ma efficaci slogan (“Io sono qui per far sì che domani non si dica: i tempi erano oscuri perché loro hanno taciuto”), la sonnolenta burocrazia e soprattutto le masse, ansiose di trovare un motivo per crederci ancora che non sia semplicemente funzionale alla presa del potere, o ad una tattica opportunista per guadagnare voti senza avere una “visione”.

Se un difetto si può trovare in un film peraltro elegante, “europeo”, ineccepibile nella scelta dei dettagli, nella recitazione misurata di tutti gli interpreti e, come sempre, eccellente di Toni Servillo che nelle due parti in commedia dà il meglio di sé, è proprio l’eccessivo senso di ottimismo e di fiducia in una soluzione palingenetica che possa risollevare gli animi depressi della base democratica. Non tanto, o non solo perché nella realtà non si troverà mai un “poeta” folle, idealista e trascinante come Giovanni Ernani (la realtà proponendo nella sua parte piuttosto un Matteo Renzi), quanto perché trovo estremamente difficile che la “base” del partito possa seguire un leader su questo terreno (nel paese iroso e forcaiolo che premia la rabbia di Beppe Grillo nel quale viviamo).
Ernani, va detto, non è il Peter Sellers di Oltre il giardino, o una reincarnazione di Forrest Gump. La sua “follia” è assai contenuta, la sua naïveté moderata (forse troppo), e limitata ad alcune piccole manie ossessive e talune piccole libertà che si concede fuori dagli schemi.
Ernani sa benissimo quello che fa e perché, non improvvisa, non strappa il vecchio copione per sbadataggine o inesperienza. Il suo messaggio arriva chiaro e forte, non è oscuro, misterioso, arcano. Anzi, è molto sensato. Forse proprio a causa di questo miscuglio di sogno e realismo il messaggio arriva come un auspicio, un’esortazione astratta (rinnoviamoci o moriremo!), ma poco riutilizzabile (laddove una punta di follia in più avrebbe lasciato lo spettatore con la sola forza della metafora, non obbligato a confrontarsi con la concretezza dei dati fattuali).
Il finale lascia lo spettatore in bilico: chi è, nell’ultima inquadratura, il segretario politico del più grande partito di opposizione che si rivolge al giovane factotum? Il vecchio Oliveri, tornato dal viaggio purificatore che gli ha ridato coraggio, o il folle Ernani sempre più calato nella parte e sempre più indistinguibile dall’originale? Una sintesi fra le due parti di una stessa medaglia? Una “larga intesa” compromissoria, o una speranza concreta di poter cambiare le cose “dall’interno”?

Post scriptum. Alla fine la sequenza che restituisce forse meglio il senso di smarrimento dei tempi che ci troviamo a vivere è quella in cui sullo schermo, in un vecchio filmato irrompe a sorpresa, inatteso, commovente, il faccione diFederico Fellini, ripreso sotto Palazzo Chigi durante una manifestazione contro le interruzioni pubblicitarie nei film trasmessi dalle televisioni. Un Fellini indignato, furente, per nulla ironico o conciliante, armato di una forza morale e incorrotta (e perdente). La sua vocina esasperata ha riempito per qualche secondo il vuoto che irrimediabilmente ci circonda.

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