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Proteggere il buono nelle cose disuguali. Canada, di Richard Ford

Great Falls, Montana, Stati Uniti - Google MapsQuando esce un nuovo romanzo di Richard Ford i cherubini e i serafini dell’empireo della letteratura fanno festa (sobriamente, brindando con una lattina di birra in uno squallido diner delle costellazioni di provincia). Richard Ford scrive romanzi (bellissimi) e non se ne chiede la ragione. Lo fa.

In Canada Ford torna a Great Falls, Montana, dove ci aveva portato tanti anni fa nel bellissimo romanzo breve Incendi. Vi ritorna soprattutto dal punto di vista della forma, riprendendo di quel romanzo lo stile asciutto, nitido, essenziale. Abbandonato quello pirotecnico, metaforico, post-moderno, iper-analitico dei tre grandi romanzi della cosiddetta trilogia di Frank Bascombe (dal nome del protagonista di tutti e tre i libri: The sportswriter, Il giorno dell’indipendenza e Lo stato delle cose), in Canada Ford si mette da parte, rispettosamente al servizio del racconto. Per fortuna non si usa più l’aggettivo, ma in Incendi e in Canada Ford sembra volersi meritare quello di scrittore minimalista, avvicinandosi a quello del suo grande amico Raymond Carver.

Canada è la storia di un apprendistato esistenziale. Siamo negli anni sessanta. Due fratelli gemelli, diversissimi fra loro, quindicenni, Dell e Berner, figli di un militare precocemente pensionato dall’aviazione (ha combattuto nella seconda guerra mondiale) e di un’insegnante, si ritrovano con i genitori in carcere a causa di una strampalata rapina in una banca. Il racconto parte proprio da qui. Con un incipit fantastico che anticipa tutto il libro, per poi riavvolgere il nastro e ricominciare tutto dal principio (“Prima di tutto parlerò della rapina commessa dai nostri genitori. Poi degli omicidi che avvennero più tardi” – “First, I will tell about the robbery our parents committed. Then about the murders which happened later”).

Il romanzo è diviso in due parti: la prima, quella “americana”, racconta il contesto familiare e finisce con l’arresto dei genitori. Il contesto: Bev Parsons è il padre, un uomo mezzo fallito ma intraprendente, un inguaribile ottimista incosciente, forse non tanto intelligente. Una madre, Neeva, di origini ebraiche, minuta, sensibile, sottomessa e ribelle allo stesso tempo, ma indecisa e incapace ad opporsi al marito. I figli: due adolescenti con poche risorse, sballottati da una città all’altra, con sogni e progetti segreti (i ragazzi per lei, gli scacchi e le api per lui), introversi, con pochi amici. Il ritmo è quello delicato e morbido delle giornate quiete che trascorrono nel nulla di una provincia americana del nord. Un’estate come un’altra, temporali che si succedono a picchi di calore, una fiera che come ogni anno smuove in modo colorito ma mediocre la comunità. I sogni di riscatto, piccole truffe per arrotondare. In questa normalità un po’ squallida, si introducono come un virus silenzioso i preparativi della rapina, l’ansia, l’eccitazione, i dubbi (dei genitori e dei ragazzi, soprattutto di Dell, la voce narrante del romanzo, che intuisce ma non vuole capire, per proteggere i genitori e se stesso dall’assurdità di quel progetto irragionevole), la paura dei giorni immediatamente successivi, trascorsi nell’attesa che qualcosa succeda, perché è chiaro che qualcosa succederà: “Le cose accadono quando le persone non stanno al loro posto, e il mondo va avanti e indietro in base a questo principio” (pag. 386) (ma forse anche perché i due sventurati sono andati a fare la rapina guidando questa macchina qui, che non è che passi proprio inosservata).

Tutto questo viene raccontato attraverso il filtro delle azioni quotidiane e dei pensieri di Dell e della sua famiglia, in un flusso metodico e riflessivo che allunga i tempi, un accumulo denso di dettagli, di pensieri, osservazioni, desideri di un adolescente che sembra avere lo scopo di imbastire attorno all’evento drammatico che cambierà il corso delle loro vite un involucro accogliente che ne neutralizza l’eccezionalità, l’improbabilità, per annetterlo nel novero delle cose inevitabili, ordinarie, sottolineando così il carattere naturale di ogni cosa, per quanto apparentemente assurda. Ciò che resta è di trovare un senso, accettare le cose come vengono.

Nella seconda parte, quella canadese, troviamo Dell affidato a un inquietante personaggio, il fratello di un’amica della madre, emigrato oltreconfine qualche anno prima. L’uomo è brillante e protettivo (ma nasconde un passato, e il passato, per quanto si provi a nasconderlo, riaffiora sempre). Dell ne intuisce la pericolosità, ma al tempo stesso cerca in lui una sponda. In lui si identifica, cerca riparo, un modello, lo teme.
Le terre desolate spazzate dal vento gelido del Canada risultano a Dell un posto incomprensibilmente molto simile agli Stati Uniti; è inquietante sapere di trovarsi in un oltre, in un mondo diverso ma così prossimo a quello da cui proviene: oltrepassare il confine è l’equivalente dell’esperienza di essersi trovati senza apparente soluzione di continuità nel mezzo di un dramma inconcepibile fino a qualche giorno prima. Il confine fra gli Stati Uniti e il Canada è simbolicamente inconsistente come quello fra il bene e il male. Il diverso così simile a noi.

Trovare il senso in quello che succede non è affatto facile. Per il padre di Dell è proprio un’ossessione: “Devi trovare dei sistemi per fare in modo che ogni cosa abbia un senso […] Stabilire una gerarchia.” (pag. 126). E poi domanda: “Voi ragazzi, sapete cosa significa avere un senso?” […] Significa che accetti le cose. Se capisci, poi le accetti. Se le accetti, capisci”. Al che Berner, la figlia, risponde: “Io le cose non le capisco, ma le accetto. E non accetto le cose ma le capisco. […] Tu non hai senso, ecco tutto.”
Tutta la vicenda sembra essere il tentativo di Dell di bilanciarsi fra questo modo di vedere la vita fra il rassegnato e lo stoico e una possibile via di fuga. Il romanzo si apre e si chiude nel segno di John Ruskin: “Qualche anno dopo, all’università, lessi che il grande critico Ruskin aveva scritto che la composizione è l’ordinamento di cose diseguali. Il che significa che tocca al compositore determinare cosa è uguale a cosa, e cos’è più importante, e cosa si può mettere da parte mentre la vita va avanti veloce come una freccia. [p. 29]; e alla fine, proprio nelle ultime righe del romanzo: “Quello che so è che nella vita hai migliori probabilità – di sopravvivere – se sopporti bene le sconfitte; se riesci a non diventare cinico nel corso di questo processo; se riesci a subordinare, come indicava Ruskin, a mantenere le proporzioni, a collegare le cose disuguali in un intero che protegga quanto c’è di buono, anche se bisogna riconoscere che spesso il buono non è semplice da trovare. [p. 421] (i corsivi sono miei).
Collegare le cose disuguali per proteggere quanto c’è di buono. Non per scoprire, o per conservare. Per proteggere. La vita di Dell e Berner prenderà strade completamente diverse. L’anarchica Berner si caccerà in ogni tipo di guaio; i guai invece sembra che siano loro a cercare Bell. Eppure mentre Berner sembra non imparare niente dalle sue esperienze “marginali” (come scopriremo alla fine), Dell al contrario manterrà la rotta, vincerà la sua battaglia con la vita (non sappiamo come: il libro racconta solo pochi mesi della famiglia Parsons, per poi saltare cinquant’anni e arrivare direttamente alle conclusioni). Ha saputo custodire e proteggere il buono nelle cose disuguali.

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