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L’eccezione Spielberg

Il cinema di Steven Spielberg è sempre stato caratterizzato dalla presenza dell’eccezione. Alcuni esempi (di una filmografia che, limitandosi ai soli lungometraggi per il cinema firmati come regista, conta ormai 27 titoli): eccezione ad una regola sociale (Sugarland express, il suo primo lungometraggio, 1974 – forse, almeno per chi scrive, uno dei suoi capolavori); alla logica razionale dominante (Incontri ravvicinati del terzo tipo, 1977, e E.T., 1982, che in qualche modo, nella sua accreditata interpretazione “cristologica”, costituisce un’eccezione anche a se stesso, dal momento che Spielberg è ebreo); al quieto vivere (tutta la saga di Indiana Jones, un “tranquillo” docente universitario di archeologia); fino all’immagine-simbolo della bambina dal cappottino rosso in Schindler list (1993), eccezione paradigmatica nel suo essere l’unica macchia di colore, di sangue vivo, in un film tutto in bianco e nero ambientato in un campo di concentramento nazista.

Abraham Lincoln nell’ultimo film di Steven Spielberg incarna l’eccezione alla politica ipocrita, opportunista, schematica e ideologica che il presidente forse più amato della storia americana combatté paradossalmente con le armi della (apparentemente) cinica ragion di stato.

Con Lincoln Spielberg torna su un tema che aveva già sfiorato con Il colore viola, e affrontato più apertamente in Amistad, quello della schiavitù negli Stati Uniti dell’Ottocento. Un tema ricorrente, quindi, che Spielberg ha deciso ogni volta di trattare con i toni classici, retoricamente consolatori e “distanti”, preferendo affondare nelle radici del problema piuttosto che affrontarlo a muso duro (ad esempio attualizzandolo). Lincoln è un film dal robusto impianto storico, edificante, educativo e sufficientemente agiografico da non poter dispiacere a nessuno. E tuttavia si fa apprezzare per una scrittura tutta tesa al recupero del dettaglio, dell’introspezione, con una (purtroppo non così accentuata) impostazione quasi shakespeariana (specialmente nella figura tragica, nella sua irrimediabile modestia, della moglie, che vive sulla propria pelle, come un dramma tutto individuale e familiare, la vicenda epocale dell’abolizione della schiavitù).

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