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Everyman, di Philip Roth

Philip Roth, Everyman, 2006

[Le letture del martedì di Rdb]

roth002Everyman è forse il romanzo più cupo di Roth. Ci sono solo malattie e disfacimento della famiglia e del corpo. Non c’è spazio per i ricordi della comunità ebraica di Newark, con l’eccezione della descrizione del negozio di orologiaio–gioielliere del papà. L’elenco delle operazioni chirurgiche è terribile, a partire dal ricordo di un’appendicite del protagonista, quasi degenerata in peritonite a nove anni, con un bambino vicino di letto che non ce la fa. Malattie e morti colpiscono parenti e amici: il papà, la mamma, la seconda moglie, e tanti conoscenti. Einaudi ha riprodotto la stupenda copertina nera dell’originale americano.

Sembra una delle opere del periodo finale di Rotko: nel quadro c’è solo la morte. Tra le cose liete c’è spazio solo per il ricordo del sesso con la terza moglie, una modella danese di ventiquattro anni per la quale il protagonista cinquantatreenne perde la testa, con una fuga d’amore in Europa e la distruzione del suo precedente matrimonio. La macellazione della famiglia è completata dai pessimi rapporti con i due figli nati dal primo matrimonio.

Ne “L’animale morente” c’erano la malattia e la morte, ma il protagonista lottava, protestava, contro il fratello schiavizzato dalla nuova moglie o contro l’America bigotta che si opponeva alla liberazione sessuale degli anni Cinquanta. Qui non c’è lotta, c’è solo l’attesa per il destino che tutti accomuna. Straziante è la fine degli amici, dei più cari, di quelli con i quali si è vissuto e lavorato per tutta la vita, di quelli che ci hanno sempre difeso e protetto. Il protagonista ha un momento di pace quando chiede il permesso, accordato, di osservare il lavoro di un becchino che scava metodicamente una fossa, un deja-voo di una scena più frenetica presentata nel “Teatro di Sabbath”.
Alla fine la morte arriva come una liberazione.

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