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L’incanto del lotto 49, di Thomas Pynchon

Thomas Pynchon, L’incanto del lotto 49, 1964

[le letture del martedì di RdB]

pinchonAnche in questo romanzo di Thomas Pynchon, circondato da un alone di leggenda come tutta la sua opera, si trovano tante cose diverse.

Oedipa Mass viene nominata esecutore testamentaria di Pierce Inverarity, un imprenditore truffaldino con il quale la donna aveva avuto una storia. Oedipa assume l’incarico e si ritrova circondata da tipi misteriosi.

Pynchon mischia di tutto: la radio privata dove lavora il marito di Oedipa; un complesso pop-rock, “I paranoici”; serie televisive dove il mito irraggiungibile è Perry Mason e i protagonisti attaccano con un sommergibile lo Stretto dei Dardanelli, silurando mercantili turchi; il racconto di episodi della guerra civile americana; una battaglia tra tedeschi e americani sulle sponde di un lago nel 1943, durante l’avanzata su Roma (le ossa dei soldati americani, sconfitti, cadono nelle acque del lago per essere poi ripescate e portate in California); un lungo drammone teatrale, tra Shakespeare, Giuseppe Verdi e i giacobiti, pieno di violenze e tradimenti. Appare così il filo conduttore del romanzo, la guerra tra i Thurm e Taxis, la famiglia che gestì in Europa i primi sistemi postali e il Trystero, un sistema alternativo di comunicazione, i cui messaggi sono lasciati e raccolti nei cestini dei rifiuti. Trystero ha come simbolo un corno da postiglione con la sordina e si è battuto in passato anche contro il Pony Express e Wells Fargo. Inseguendo i segni ambigui lasciati dagli aderenti al Trystero, Oedipa si muove negli scatenati campus americani degli anni Sessanta, tra LSD, approfondimenti filologici e discussioni sulle equazioni della fisica. C’è anche un dottore nazista che a Buchenwald si allenava a rendere catatonici gli ebrei facendo smorfie e linguacce (e ora teme che gli israeliani lo vengano a prendere, come fatto con Eichmann). E Trystero esiste davvero o è un’invenzione di Inverarity?

Pynchon si diverte a prendere in giro tutti, a mischiare le carte, realtà e finzione, infilando continui materiali in una narrazione già fragile.  Ci si fa qualche risata, ma quando il libro finisce quasi si tira un sospiro di sollievo. Cosa mai ci avrà voluto raccontare? Va bene la destrutturazione del testo, va bene l’inserimento di inserti storici in pagine letterarie, ma perché sottoporre il lettore a così tante fatiche?

Frank Kermode, un importante critico letterario inglese, lo ha definito “il miglior romanzo americano del dopoguerra”.  Molti dubbi ci assalgono. Anche non andando oltre il 1965, l’anno in cui uscì “L’incanto del lotto 49”, non si può dimenticare che “Il giovane Holden” di Salinger è del 1951; “Il vecchio e il mare” di Hemingway è del 1952, così come “La valle dell’Eden” di Steinbeck; “Corri coniglio” di Updike è del 1960; “Le avventure di Augie March” è del 1953, “Il re della pioggia” del 1959 e “Herzog” del 1964 (sono tutti di Bellow). Andiamoci piano con i giudizi avventati.

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