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La conservazione metodica del dolore, di Ivano Porpora

[questa recensione è già uscita su La poesia e lo spirito, il 16 gennaio 2013]

“Angela era una donna che cercava un uomo che non avesse passato; un uomo che le tenesse tra le mani la matassa dei pensieri mentre lei faceva l’uncinetto” 

Che libro è La conservazione metodica del dolore di Ivano Porpora (Einaudi Stile libero Big, 2012)? Non è il libro di un esordiente; anche se in realtà è il libro di un esordiente. Non è un libro sulla fotografia, anche se le fotografie vi hanno una parte fondamentale. E’ un memoriale? No, non è un memoriale, anche se parla di memoria, ma soprattutto di perdita della memoria.  E’ un libro generazionale? No, non è nemmeno un libro generazionale, anche se la generazione dell’Io narrante, Benito Allegri, fotografo quarantacinquenne, è il correlativo oggettivo del suo mondo interiore, almeno quanto lo sono i ricordi d’infanzia. E’ un libro d’amore? No, non è un libro d’amore sebbene sia pieno di donne, di sesso (alluso o ricordato più che descritto). Sarà un libro di genere (il genere bassapadana: Fellini, Guerra, Bassani, Bertolucci…). No, non è un libro di genere. Anche se la bassa padana (o alta, o media, non saprei dire con esattezza) è lì con le sue nebbie, il suo Po, il suo dialetto, le sue biciclette, le sue figurine mitiche (il prete, il comunista, il fascista, le donne, la sgarrupatissima bluesband).

Partiamo da qui (un po’ ingenerosamente). E’ un libro che ha un limite: quello di essere tutto questo. Un amarcord dolceamaro che abbraccia un arco di tempo molto ampio (dal dopoguerra ai giorni nostri), i cui rimandi (le atmosfere, i personaggi, le storie, la magia e la durezza, qualche volta la disperazione, di vivere) costituiscono un pedaggio inevitabile che induce chi legge a metterlo in rapporto con una memoria letteraria (o cinematografica), più che con la possibilità di un’esperienza (ciò che dovrebbe fare il romanzo: mettere il lettore di fronte ad un’altra vita possibile).
Ma è un libro che gioca con tutti quegli elementi in un modo che non lascia freddi o avvinti solo da un punto di vista intellettuale. Ciò che è detto, e come viene detto, ha valore di per sé perché c’è vita in dosi da cavallo dentro ogni pagina. C’è vita, c’è dolore e partecipazione (per questo ho detto che non è il libro di un esordiente: non vi troverete vizi e birignao tipici del “giovane scrittore”: lo stile è maturo, la voce è nitida e sicura, asciutta, controllata).

Benito Allegri ha perso la memoria di un intero decennio (quello, cruciale, degli anni settanta)  in seguito ad un attacco epilettico. Il libro racconta il lento recupero della memoria, grazie ad una serie di piccole crisi che fanno da controcanto alla fatica intellettuale di dover dare senso e significato ad una raccolta di dodici fotografie che devono essere presentate in una mostra, che lo interpellano mute, interrogative e vuote. Come fossero corpi estranei, sogni indecifrabili. Piano piano, ogni volta con la fatica  di un parto, dopo un feroce corpo a corpo pugilistico con i fantasmi che lottano come morti viventi nel loro limbo amnesico, distillano dalla memoria fatti, personaggi, angosce, volti, amori, altre fotografie, suoni, voci, che si ricompongono faticosamente in un discorso frammentario ma, alla fine, durevole e salvifico. E’ come se per rinascere Benito debba ogni volta affrontare un piccola morte, un KO che lo mette al tappeto, ma per farlo rinascere: come se il passato non abbia la possibilità di rivendicare il diritto di costituirsi bacino consolatorio, oppure nemico con cui fare i conti o quantomeno propedeutica del presente. Quello che sembra volerci dire Ivano Porpora è che il passato bisogna conquistarselo, come il futuro.

Se proprio dovessi circoscrivere il libro ad un solo ambito direi allora che è un libro sulla relazione fra il presente e il passato, e in particolare sul nodo sempre irrisolto che ci lega a ciò che ci ha preceduto, e cioè sul rapporto fra padre e figli. E’ infatti proprio nel rapporto conflittuale e aspro con il vecchio padre, un rapporto come ce ne sono stati tanti in quegli anni (lo scontro di culture troppo distanti, l’incomprensione per ciò che si vuole diventare specie se ha qualche attinenza con l’espressione artistica, vista come una devianza decadente per lo più incomprensibile), che il racconto si fa denso e amaro e doloroso e in qualche modo risolutivo. Perché, per dirla con Roberto Bolaño (in “2666”) “un padre è una galleria immersa nel buio più profondo, in cui camminiamo alla cieca cercando la via d’uscita”. E nel buio folgorato da “flash” che accompagnano le scariche neuronali che lo attraversano nei suoi ricorrenti corpo a corpo con l’amnesia e la malattia, Benito (che è padre a sua volta di una bambina) cerca la via d’uscita, rimpossessandosi di ciò che aveva perduto. Non c’è nel libro un tono consolatorio o assolutorio, ma una sfida che, se e quando si è in grado di vincerla, consente finalmente di tessere i fili con il proprio uncinetto, per costruirsi la propria storia.

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Categorie:letture Tag:
  1. 22 gennaio 2013 alle 22:14

    Tutte quelle negazioni iniziali mi hanno un po’ confuso, ma mi hai incuriosito.

  2. 23 gennaio 2013 alle 09:47

    Mi fa piacere, Carlo. Perché il libro merita.

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