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I Vicerè, di Federico De Roberto

Federico De Roberto, I Viceré, 1894

[Le letture del martedì di RdB]

 

vicereÈ tempo di elezioni, tempo di trasformismi, in ogni direzione. Sul trasformismo come carattere degli italiani,  è stato scritto di tutto, da Leopardi a Gramsci, da Croce ad Arbasino. La mia sintesi preferita è la raccolta di saggi “L’italiano”, pubblicata da Giulio Bollati nel 1983. Sul piano culturale e politico è difficile trovare qualcosa di meglio.

Ma sul piano letterario il capolavoro è “I Viceré” di De Roberto. Siamo in Sicilia, nella seconda metà dell’Ottocento. La famiglia degli Uzeda, aristocratici con il titolo di Viceré attribuito dai reali spagnoli, è, naturalmente, borbonica. Per loro Cavour è un ladro. Dopo l’Unità d’Italia l’ultimo rampollo diventerà liberale per mantenere il potere proprio e della famiglia. Come scrive De Roberto riportando l’ideologia di Consalvo Uzeda “Monarchia o repubblica, religione o ateismo, tutto era per lui questione di tornaconto materiale o morale, immediato o avvenire … Non v’era dunque nient’altro fuorché l’interesse individuale; per soddisfare il suo proprio egli era disposto a giovarsi di tutto”.

“I Viceré” è una parabola senza speranza su una Sicilia trasformista, dove i poveri non hanno altro obiettivo che diventare ricchi per raggiungerne i privilegi. È un libro che sembra scritto oggi. De Roberto non salva nessuno, non c’è nel romanzo un personaggio che possa definirsi positivo. È stato saccheggiato, ma con un’interpretazione e uno stile del tutto diversi, da Tomasi di Lampedusa per Il gattopardo.  De Roberto denuncia senza farsi illusioni; Tomasi ammira i suoi personaggi (nessuno dei quali è riprovevole come gli Uzeda).

I cammei sono perfetti. C’è la sorella del principe che invecchia tutta la vita nel tentativo disperato di procreare, senza riuscirvi: arriverà a tenere sotto spirito un feto mostruoso frutto di un aborto. C’è Don Blasco, forse il personaggio più riuscito, prete puttanone, che fa entrare le prostitute nel convento. Ci sono gli incontri tra i vari parenti per spartirsi le eredità: ne nascono  rancori che si trascinano per decenni. Quando un parente muore la prima cosa che si fa, con il cadavere ancora caldo, è andare a vedere nei cassetti cosa dice il suo testamento: se il testamento non si trova iniziano le angosce e le lotte tra i sopravvissuti.

È un romanzo imprescindibile per capire come è nata l’Italia, per comprendere il comportamento delle classi dirigenti meridionali.  Lo consigliamo, con tristezza e speranza, ai riformatori di oggi impegnati nello sforzo di ridurre il dualismo economico tra Sud e Centro-Nord d’Italia. Il romanzo fu bocciato da Croce e esaltato da Sciascia: aveva ragione il secondo, che lo collocava subito sotto “I Promessi Sposi” nell’Ottocento italiano (si sbagliava, va messo al primo posto).

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Categorie:letture, riccardo db
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