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Entropia, di Thomas Pynchon

Thomas Pynchon, Entropia, 1959-1964

[Le letture del martedì di RdB]
“Entropia” – ristampato con il titolo “Un lento apprendistato” – raccoglie cinque racconti di Pynchon, scritti tra il 1959 e il 1964. La cifra di Pynchon sono le contaminazioni, assolutamente interdisciplinari.
“In Pioggerella” – storia di soldati eruditi sullo sfondo di un disastro causato da un tornado nel Sud degli Stati Uniti – c’è lo Ubermensch di Nietsche; c’è “L’Essere e il Nulla” di Heidegger; c’è Eliot, in una riflessione sulla banalità della morte.
In “Terre basse” – storia di amici sbandati che finiscono in una discarica (chissà se avrà ispirato il De Lillo di Underworld) – c’è tanta Italia. Ci sono Vivaldi e Paganini; un tipo si chiama Rocco Squarcione (e apostrofa gli altri con uno “sfacim”); ci sono Sabbarese e Porcaccio (che vuole invadere Cuba rivendicandola per l’Italia, dato che è stato Cristoforo Colombo a scoprirla); c’è perfino un “giocare a bocce”.

In “Entropia” – forse il racconto migliore, con storie che si intrecciano in due appartamenti uno sopra l’altro – c’è “La Grande Porta di Kiev” di Musorgskij; ci sono la fisica e la termodinamica (Pynchon le aveva studiate all’università). E poi ancora tanta Italia. Uno dei protagonisti si chiama Polpetta; tornano le bocce; ci sono Machiavelli, una partita a morra e un personaggio che dice “minghe morte” in dialetto siciliano. Ma ci sono anche Mozart e “L’Educazione di Henry Adams”, autore di culto negli Stati Uniti ma anche in questo blog (cfr. l’intervento del 17 novembre 2011).
“Sotto la rosa” è una malinconica storia di spie. Di sottofondo dominano le arie di “Manon Lescaut” di Puccini. Il riferimento è a Le Carrè, forse a “La talpa” – ma la storia è spostata a fine Ottocento – con un vecchio mondo di regole che sta svanendo (in fondo è anche il tema dell’ultimo James Bond, Skyfall).

“L’integrazione segreta” è una storia di picari, di ragazzi alla Tom Sawyer, una specie di via Paal, con un susseguirsi di bravate e buone azioni. A un certo punto appare un vecchio castello, con la leggenda di un re venuto dall’Europa ; siamo quasi a “I nostri antenati” di Calvino, ma in fondo sono le atmosfere fantastiche di Tim Burton. C’è anche l’integrazione – razziale – ma i ragazzi non se ne rendono conto e alla domanda su cosa diavolo sia il più bravo di loro risponde che è l’operazione inversa della differenziazione.

Alla fine della lettura ti rimangono in testa grandi atmosfere con, appunto, la contaminazione di generi e soggetti e una scrittura colta. Scordatevi una trama unitaria, una caratterizzazione precisa dei personaggi, un filo conduttore: la storia salta di qua e di là e dovete rimanere molto concentrati per non perdere il filo. Accetto la provocazione che Pynchon abbia raggiunto i risultati migliori nei racconti perché nei romanzi lo scrittore chiede troppo al lettore (torneremo sul tema …).

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