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Have you ever felt ready to die? I cancelli del cielo, di Michael Cimino (2)

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Heavens_gate_postDopo un salto temporale di vent’anni sbarchiamo nel Wyoming, Contea di Johnston, anzi ci arriviamo a bordo di un treno sbuffante che irrompe a Casper, una cittadina caotica, piena di gente all’inverosimile, (sembra di stare a Calcutta, o al Cairo), ricostruita in modo quasi iperrealistico al limite del fanatismo filologico. James Averill è lo sceriffo buono, senza macchia e senza paura, nobile di rango, di sentimenti e di ideali, che combatte la mafia degli allevatori che ha organizzato, con il sostegno del Governatore e perfino, sostengono, del Presidente degli Stati Uniti, un’ignobile caccia all’uomo nei confronti degli immigrati russi che per sopravvivere occupano terre incolte e talvolta uccidono le bestie degli allevatori americani (quando non assistono e scommettono sulle lotte fra galli da combattimento, o ballano o vanno a fare l’amore nel lurido bordello di Ella – Isabelle Huppert – dove capita che paghino le prestazioni delle signorine con pezzi di carne rubata, cosa che costerà ad Ella l’inclusione nella lista nera del perfido Sam Waterston, il capo della combriccola) (è una storia realmente accaduta).

Quello degli emigranti dell’est europeo è un tema caro a Cimino (era presente anche nel Cacciatore), e gli dà modo di dipingere con il fondamentale sostegno di Vilmos Zsigmond quadri meravigliosi dai colori ramati che ricordano il primo novecento italiano (Segantini e Pellizza da Volpedo in particolare), che raccontano la durissima lotta per la sopravvivenza, l’inquietudine e la voglia di ribellione, come in una prova generale della rivoluzione bolscevica di pochi anni dopo. Le immagini delle colonne di disperati che arrancano nella polvere alzata dal vento gelido, trainando come bestie da soma carri stracolmi di cose e di persone, con le donne che stravolte dalla stanchezza si accasciano al suolo, ci raccontano di un eroismo disperato che rimanda, per potenza visiva, ad Ejzenstein o al John Ford di Furore.

Come contraltare della storia portante c’è la contesa sentimentale fra due vecchi amici, che la vita aveva fatto diventare nemici, Kristofferson e Christopher Walken/ Nathan D. Champion, stralunato spietato killer a servizio dell’associazione degli allevatori, convertito dall’amore per Ella (Huppert) alle ragioni dei poveri contro l’arroganza e la violenza del potere costituito. Storia d’amore raccontata, con una sottigliezza mai banale, più dal punto di vista di Ella che dei due contendenti, della quale viene sottolineata l’indecisione fra la forza morale dello sceriffo che la riempie di regali costosi e l’ama con una saldezza quasi paterna, e la dolce insicurezza dell’altro, che, a dispetto della corazza di duro (che nasconde quasi un sospetto di poca virilità), l’ama con tutta l’ingenuità di un ragazzino alle prime armi. La scelta cadrà un po’ a sorpresa su quest’ultimo; una scelta che non porterà felicità ma, è la speranza di Ella, sicurezza e calore umano. Significativo l’atteggiamento della donna che, pur salvata dallo sceriffo dalla violenza bruta cui la sottopongono gli scagnozzi dell’Associazione, non per questo, al di là della scontata riconoscenza, sposterà la bilancia dalla sua parte; anzi. Quando capisce che Nathan è in pericolo di vita sarà lei a involarsi in suo soccorso, chiarendo definitivamente la natura proattiva e protettiva della sua personalità, e quindi il suo ruolo di donna forte,  risoluta, dominante.

Le ultime lunghe e spettacolari sequenze del combattimento ci raccontano dell’inevitabile fallimento del sogno. Gli emigranti, che con l’aiuto dello sceriffo hanno costituito un esercito raffazzonato ma fatalmente destinato a soccombere, vengono sterminati o fatti prigionieri: le forze in campo sono impari, è arrivata anche la cavalleria, ma stavolta le giubbe blu non sono “i buoni”, tutt’altro: trombe, stendardi e pistole annunciano la drammatica  fine di ogni speranza.

Ricapitolando: Heaven’s gate racconta la rivolta degli ultimi della terra contro il potere costituito; di una classe sociale dominante dipinta come corrotta e violenta; di una donna (una puttana) emancipata (per di più francese e allegramente disinibita); di uno sceriffo aristocratico che sceglie di stare dalla parte dei poveri e della giustizia… Veramente troppo per l’America dei primi anni ottanta (Ronald Reagan diventerà presidente l’anno successivo all’uscita del film).

Quello che si può imputare a Cimino è di aver armato, con la sua esasperazione filologica e perfezionista, le armi spuntate dei suoi critici, fornendogli argomenti, risentimenti e pregiudizi già belli confezionati, pronti all’uso.

E allora? Cosa avrebbe dovuto fare di diverso? Sarebbe riuscito ugualmente a fare del suo film un capolavoro se avesse speso venti milioni di dollari di meno e avesse girato nella metà del tempo? Non lo sapremo mai. In assoluto io penso che sia un dovere provarci.

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