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Have you ever felt ready to die?

C’è un film che da anni mi mette in imbarazzo. Scopro subito le carte e dico che  questo film è un capolavoro. L’imbarazzo nasce dal fatto che questo film ha decretato la morte di una delle più importanti case di produzione americane, La United Artists, fondata da Charlie Chaplin, Douglas Fairbanks, Mary Pickford e David W. Griffith. Il film è “Heaven’s gate”, “I cancelli del cielo”, nella versione italiana, e la regia è di Michael Cimino.

Non solo Heaven’s gate ha mandato in bancarotta  la United Artists, ma probabilmente ha sancito la fine del regista onnipotente (onnipotenza da sempre sotto minaccia, ma strenuamente difesa, fino ad allora – e anche dopo di allora – , da personaggi come Coppola, Scorsese, Kubrick, Lynch – si legga la recente interessante – discutibile quanto si vuole – intervista di Gabriele Muccino sul suo più che controverso rapporto con le Major di Hollywood). Da quel momento infatti più nessuna casa di produzione, nel timore di dover subire perdite insostenibili – o usando quest’ottima scusa – si è più sognata di concedere al regista il diritto al “final cut”, ad avere l’ultima parola (o meglio, l’ultimo taglio).

Ovviamente è più che lecito ricondurre le mie perplessità nella categoria del totalmente trascurabile. In fondo non basta limitarsi a giudicare? Dire questo mi piace, questo non mi piace per questo e quest’altro motivo? Perché complicarsi la vita? Perché ho paura che i confini interpretativi del cinema siano molto più larghi di quelli di una qualsiasi arte, perché il cinema è un’arte ed è un industria, e il regista, anche ammesso che si possa serenamente attribuirgli in toto la paternità di un’opera (e, salvo casi sporadici, non è così) non ha e non può detenere gli stessi diritti e assumersi le stesse responsabilità di un pittore o di un musicista.

Perciò il fallimento economico-commerciale di Heaven’s gate è un vulnus che non può non gravare come un’ombra inquietante sul giudizio estetico che si può dare sul film (ripeto: si può pure fare finta che il vulnus non ci sia. Ma credo sarebbe un errore).

La storia è nota: Michael Cimino, fresco di due premi Oscar per Il cacciatore, disponeva di 11 milioni di dollari di budget per tre mesi di riprese. Ne spese 44 (equivalenti a 122 milioni di dollari di oggi – fonte: Wikipedia –  immensamente meno comunque dei 250 concessi a Christopher Nolan per l’ultimo episodio della trilogia di Batman); e i mesi di ripresa furono sei (sei mesi di totale isolamento nel Montana: tutta la troupe, musicisti compresi). E’ tutto raccontato in un bellissimo documentario disponibile su YouTube (solo in inglese, senza sottotitoli) (qui la prima di otto parti).

Il film fu distribuito al principio nella sua versione lunga (219 minuti); dopo una settimana, visto lo scarsissimo successo di pubblico, fu tagliato drasticamente di circa 50 minuti, decretandone di fatto la morte. Cimino disconobbe questa versione e del film non volle sapere più niente, fino a qualche mese fa, quando, a Venezia, ha accettato di assistere alla proiezione del film restaurato.

Critica e pubblico negli Stati Uniti furono unanimi. Il film fu stroncato senza riserve (in Europa no. Ebbe calorose accoglienze, sia in Francia che in Inghilterra). La critica più ricorrente fu quella relativa al ritmo che il regista aveva dato alla storia: la lunghezza del film non era giustificata, evidentemente, da una trama non abbastanza epica, avventurosa, complessa da giustificare la fatica.

(anche sulla lunghezza ci sarebbe molto da dire. Criticare un film perché dura 3 ore e 39 minuti non è pura sciocchezza. Ci sono limiti fisiologici che non possono essere trascurati, a parte ogni altra considerazione commerciale – film così lunghi non consentono di fare 4 proiezioni al giorno, ma forse nemmeno 3 e per l’esercente e quindi per la produzione è comunque una perdita secca, perché mica si aumenta il costo del biglietto: questo sempre a proposito della libertà artistica del regista).

Film quindi troppo costoso, troppo lungo, troppo ambizioso, troppo presuntuoso.
Ma un film bellissimo.
Cominciamo dal ritmo.
La lunghezza del film è inversamente proporzionale al numero di sequenze. Questo vuol dire che è composto da poche sequenze piuttosto lunghe. Non è quindi pieno di “fatti”, di personaggi, di controstorie complicate. Non ci si perde. Ci so+no due storie sintetizzabili in poche parole (una storia “epica” e una storia d’amore: come in tutti i film), e il film scende in profondità nel raccontarle.  Io trovo che questo “accorci” la percezione della lunghezza, non il contrario. Ogni sequenza viene dilatata in modo da permettere a chi guarda di entrarvi dentro e viverla, prima ancora di assimilarla a livello di nozione narrativa. La lunga scena del valzer iniziale poteva essere tagliata dopo venti secondi (dura quasi tre minuti): l’informazione sarebbe arrivata comunque, ma il tourbillon della musica di Strauss non sarebbe mai entrato in circolo nelle vene cognitive dello spettatore, non si sarebbe ubriacato di giravolte eccitanti, reiterate in un ad libitum che ingolfa il pensiero e il cuore di sogni, di vita, di speranze in un’apnea di vuoto geometrico vivificante ma fondato sul nulla, che troverà l’analogo corrispettivo, dopo quasi un’ora, nell’altrettanto prolungato ballo sui pattini a rotelle nel capannone chiamato “Heaven’s gate” (quattro minuti, con almeno centocinquanta comparse che sui pattini volteggiano e roteano inquadrati da – voglio sperare – almeno tre macchine da presa, come in un documentario virato seppia), cui fa seguito l’intimo pas-de-deux che si concedeono Kristofferson  e Huppert nell’enorme spazio ormai rimasto vuoto, di analoga durata (e in questo modo una sequenza in cui in pratica non succede nulla finisce col durare circa otto minuti). E siamo così arrivati alla boa della prima ora del film: un’ora, di cui circa dodici minuti (il 20% del tempo totale) se ne sono andati in balli.

Del resto nei primi venti minuti (parecchi film a venti minuti sono a metà del primo tempo) non era ancora accaduto quasi niente: la cerimonia della laurea in una nobile università della East coast; i discorsi del decano (Joseph Cotten), di uno studente, poi il lungo, turbinante valzer viscontiano di cui s’è detto, i giochi goliardici: un primo atto che ricorda quello del Cacciatore: il prima di un dopo che già si preannuncia molto diverso, il paradiso perduto prima ancora di conquistarlo, le illusioni spezzate prima ancora di dare il tempo di chiedersi se manterranno la loro promessa, atto che si chiude sulla battuta di Chris Kristofferson/James Averill all’amico John Hurt/Billy Irvine, futuro, malinconico, inetto alcolista disilluso: “Have you ever felt ready to die?”

[ Continua…. ]

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