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Il giovane Holden, di J.D. Salinger

J.D. Salinger, Il giovane Holden, 1951

[le letture del martedì di RdB]

Un classico, ironico e unico, sulle difficoltà dell’adolescenza, sui rapporti complicati con compagni e adulti, sugli Stati Uniti della fine degli anni Quaranta. Si può leggere Il giovane Holden in tanti modi. C’è la solitudine di un giovane, la tipica crisi adolescenziale, con le incomprensioni dei più grandi. Si può concepire l’eroe del romanzo come un precursore delle rivolte studentesche degli anni Sessanta. Si può tornare a una lettura più intimista, viste anche le difficoltà psicologiche del nostro eroe, senza dare retta alle implicazioni di natura sociale: Holden Caulfield è in lotta con il mondo e ha accumulato tutti i problemi della sua età nelle relazioni con le ragazze, i coetanei maschi  e i grandi. Però la denuncia sociale torna, nella descrizione senza sconti delle bruttezze dei college americani degli anni Cinquanta – un tema spesso ripreso da Philip Roth nelle sue storie – fino  a un orrendo suicidio-omicidio di un povero ragazzo, in fondo così simile a Holden. Holden non accetta le regole del gioco, non accetta le convenzioni del tempo: siamo già a “L’impossibilità di essere normali” (ma Elliot Gould era un’altra cosa). Uno dei capitoli chiave è il terz’ultimo, il lungo dialogo con il prof Antonini, un pezzo che si può leggere con i nostri figli: .”gli uomini colti e preparati, se sono intelligenti e creativi, … e questo purtroppo succede di rado, tendono a lasciare del proprio passaggio, segni di gran lunga più preziosi che non gli uomini esclusivamente intelligenti e creativi”. Forse anche Antonini è un cattivo maestro, ma il punto è un altro. Holden non riesce a accettare le regole del gioco dell’educazione, perché gli appaiono assurde: non gli importa nulla di diventare colto e preparato. Salinger poteva permetterselo, visti i suoli livelli di intelligenza e creatività. Ma a prezzo di una scelta di isolamento assoluto, che Il Giovane Holden già prefigura.

In Holden ci sono tante cose ancora. C’è la critica letteraria, con i suoi giudizi netti. Abbasso i sermoni alla Dickens e alla Hemingway, viva le storie d’amore come Il Grande Gatsby. C’è la descrizione dei bar di New York, degli suoi alberghi, di Central Park. Viene subito in mente Hopper, con i quadri dei solitari Holden che bevono un bicchiere al bar. Poi c’è la tecnica del romanzo, lo stile. Si resta ancora sbigottiti dai cambi di passo, dalla sintesi, dalla resa dei dialoghi, dalla secchezza e insieme dalla profondità delle espressioni. Come in alcuni de “I nove racconti” torna la fascinazione per i bambini: sono gli unici saggi in un mondo di pazzi, come dimostra il rapporto di Holden con la sorellina Phoebe.

E poi si ride da matti. Una scena su tutte: l’autista del taxi che si arrabbia alla domanda del nostro eroe “Dove vanno le anatre di Central Park quando il lago, d’inverno, è ghiacciato ?

Però, se dovessimo scegliere la nostra scena cult, propenderemmo per la difesa che Holden fa di un suo compagno di classe nell’ora di dibattito, una istituzione delle scuole USA (dovremmo introdurla nei nostri licei). Tutti urlano all’amico “Fuori tema, fuori tema”, impedendogli di parlare. Come nota Holden, il ragazzo stava dicendo delle cose interessanti: che senso aveva dirgli che stava andando fuori tema? In fondo Holden rifiuta di accettare il fatto che nella vita ci viene, ogni giorno, richiesto di non andare fuori tema.

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