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Istanbul, di Orhan Pamuk

Orhan Pamuk, Istanbul, 2003

[le recensioni del martedì di RdB]

Molti mi avevano detto che Pamuk è noioso. In effetti l’inizio di Istanbul è faticoso. Per andare avanti nella lettura e finire il libro due condizioni sono necessarie (anche se non sufficienti). In primo luogo, bisogna subito accettare che Istanbul non è un romanzo. È un’autobiografia dell’infanzia e dell’adolescenza e una guida alla città. I capitoli si alternano quasi con rigore matematico: uno sul Pamuk bambino o giovinetto e un altro su un quartiere di Istanbul; un altro sulla famiglia Pamuk e il seguente su un altro aspetto della città; e così via.

In secondo luogo, anche se può sembrare insopportabilmente snob, fare un viaggio a Istanbul è l’altra condizione che aiuta a finire il libro. A essere cattivi, dato che Istanbul è soprattutto una guida a una città, si può dire che si può leggere solo stando nel posto di cui tratta: non è che uno, stando alla Garbatella o a Parigi, si mette a leggere una guida di Tokyo di oltre 350 pagine, a meno di avere seri disturbi mentali. Nella condizione, privilegiata, di una permanenza a Istanbul, il libro si può finire – sempre a fatica – ma via via accettandolo.

La tesi di fondo del libro – Istanbul è una città triste – viene declinata e spiegata in mille modi e depone a favore di una depressione profonda dell’autore. Però andando avanti ci si affeziona a Pamuk e si comincia a pensare che sia giusto dargli fiducia: l’autore è colto e vedendolo così triste si è mossi a compassione. Non stiamo a raccontare i pezzi sulle moschee, sul Bosforo, su Beyoglu, sulle case dei pascià, sul Corno d’oro, perché auguriamo a tutti di vederle dal vivo. Ci si affeziona invece ai passi più struggenti dell’autobiografia: la fine tristissima della prima esperienza amorosa e il dialogo finale con la mamma, concluso con la scelta dichiarata del figlio di fare da grande lo scrittore. Purtroppo occorre sopravvivere anche ai ricordi di oscuri scrittori turchi (la nostalgia canaglia di Pamuk). Più interessanti sono i pezzi sui viaggiatori europei a Istanbul: Melling, Gautier, Flaubert.
E poi il libro è pieno di bellissime foto. Le pagine si sfogliano con grande piacere e si ritorna a Santa Sofia, alla moschea blu, a Sultanahmet, al palazzo di Topkapi, alle mura bizantine, all’acquedotto di Valente, al tram elettrico, alle navi sul Bosforo (certo, manca Santo Salvatore in Chora).
A noi Istanbul non è apparsa triste. Per provare a curare la malinconia di Pamuk – e ritrovarlo allegro come nella foto qui sopra – ricordiamo che il PIL turco è cresciuto del 9,2 per cento nel 2010 e del 8,5 per cento nel 2011. È un grande risultato, tenuto anche conto di come ce la passiamo in Italia e nell’area dell’euro. Suvvia Pamuk, allegria!

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