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Orizzonti di gloria

Avevo intenzione di scrivere una cosa un po’ provocatoria, ma poi ho letto da qualche parte che il succo di quello che volevo dire l’aveva già detto Pier Paolo Pasolini negli anni sessanta, nel 1967, per la precisione: “non scrivo più poesie da due o tre anni. Questo non me lo sarei mai aspettato. Perché non scrivo più? Perché ho perduto il destinatario. Non vedo più con chi dialogare usando quella sincerità addirittura crudele che è tipica della poesia. Ho creduto per tanti anni che un destinatario delle mie ‘confessioni’ esistesse. Mi sono dunque accorto che non esiste“.

Quello che avrei voluto scrivere era più o meno la stessa cosa. Non riferita a me stesso, ma al romanzo, alla letteratura in genere, così come la si pratica in Italia. Desidero spezzare una lancia in favore degli scrittori italiani, che pure fanno poco, nella stragrande maggioranza dei casi, per meritare tanta benevolenza.

Penso che  in Italia (più che altrove) sia estremamente difficile che si produca buona letteratura innovativa, che dica cose nuove in un modo nuovo, perché è praticamente impossibile che possa parlare ad un destinatario che capisca quello che si vuole raccontare perché, appunto, il destinatario non c’è. Perché la gente è sostanzialmente stupida. O meglio: instupidita, avendo avuto cancellate dalla televisione e da altri generi di conforto distribuiti dall’industria diciamo così culturale intere zone di materia cerebrale.

Si parlava una volta di “orizzonte d’attesa”, fortunata espressione coniata da Hans Jauss, nel suo fondamentale “Perché la storia della letteratura?”, scritto, guarda caso, nel 1967 (fra l’altro il titolo originale è molto più incisivo e pertinente: “Literaturgeschichte als Provokation der Literaturwissenshaft”: la storia della letteratura come provocazione della letteratura).

Quale può essere l’orizzonte d’attesa di uno scrittore che oggi voglia scrivere un romanzo che non assecondi il gusto corrivo dominante? Non ci può provare neanche. Scrivere, ce lo dice in modo chiarificatore Pasolini, è un dialogo con un lettore. Un dialogo è un rapporto alla pari. Se questo rapporto è inficiato dal sospetto che non di dialogo si tratti, ma di un monologo, o peggio, di una lezione cattedratica, lo scrittore dovrà necessariamente tacere. Per scelta, come per Pasolini, o per una forma di implicita afasia, di impossibilità apriori di esprimersi in un idioma condiviso (per idioma mi riferisco a lingua, idee, forme).
Ogni tentativo, apprezzabile e benvenuto, scende dall’alto come un miracolo, ma non semina, e men che meno produce un raccolto.
Questi tentativi purtroppo non sono sufficienti. Non basta né la buona volontà, né la necessaria arroganza tipica di ogni avanguardia culturale. Non si semina su un terreno pietroso.

(tutto questo vale anche per il cinema)
(dall’accusa di stupidità sono ovviamente esclusi tutti i lettori di questo blog)

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