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Resistere non serve a niente (scrivere un romanzo forse sì)

Walter Siti gode di una pressoché unanime stima, e non sarò io a intaccarla. E’ un autore con una voce, come ce ne sono pochi. Avere una voce non è semplicemente avere uno stile. E’ lo stile, ed è le cose che racconta, e come le racconta, ma non da un punto di vista semplicemente stilistico: è l’impasto dei temi (la cruda realtà così com’è: becera, violenta, a-culturata, televisiva, raccontata senza spocchia, ma con un disgusto morale che per essere davvero tale e assoluto dimostra, prima di esserlo, di essersi davvero sporcato, da molto vicino, con l’oggetto stesso del disgusto: pasolinianamente – Siti è il curatore dell’opera completa di Pasolini); del modo di raccontarli (una lingua sporca ma nitida, priva di orpelli, similitudini e metafore che fanno tanto romanzo moderno); della sintassi e della scelta delle parole.

Nei suoi libri Walter Siti fa uso spesso di un personaggio che si chiama Walter Siti, e spesso questo Walter Siti somiglia moltissimo a Walter Siti. Nel suo ultimo libro, Resistere non serve a niente, Walter Siti è un po’ più Walter Siti del solito.
Cominciando a leggerlo mi è venuto da pensare: ma perché Walter Siti non ha fiducia nel romanzo? Perché Don Delillo, Abraham Yehoshua, David Foster Wallace (a suo modo, ma in definitiva: ognuno a suo modo), Richard Ford, Philip Roth, Cormac McCarthy, Roberto Bolaño hanno (avevano) fiducia nel romanzo? Sono (erano) più stupidi? Più ingenui? Più commerciali?

 A pagina 50 Walter Siti, quasi avendo sentito le mie silenziose rimostranze, mi risponde: «Eccomi qua, con questo progetto di “narratore onnisciente” che m’ha sempre fatto arrossire; onnisciente sarebbe solo Dio, se esistesse. Per proporti come narratore onnisciente, o devi presumere tanto da te stesso o richiedere splendore alla tua epoca» (vedi: http://goo.gl/fbB2p).

Non sono affatto d’accordo. Mi sembra, questo, un modo per elevare opportunisticamente il romanzo ad un livello di realtà eccessivo (nella realtà Dio è onnisciente e l’uomo no); e allo stesso tempo rinchiuderlo in un baule dove vengono conservati resti impolverati di epoche lontane (oltretutto non credo proprio che sia lo “splendore delle epoche” a  garantire vitalità alla letteratura e al romanzo in particolare; sono sempre state le tenebre, il dolore, la corruzione, la crisi). Non è così. Il romanziere è onnisciente come Dio, perché il romanzo non è la vita, e non è assoggettato al principio di realtà. Scrivere romanzi implica che il romanziere sia Dio e ne deriva che chi legge gode di un’esperienza unica e irripetibile di falsificazione della realtà, di quella propria e di quella raccontata dall’autore. Questo è il romanzo e questa è la ragione per la quale tutte le persone che ho citato poche righe fa non sono dei passatisti sprovveduti e nel romanzo ci credono (o, ahimè, ci credevano).

Resistere non serve a niente è, malgré lui, un romanzo solido, dalla struttura tradizionale, ancorché inquinata, come detto, da queste prese di distanza e di distinguo paraletterari, nel quale si parla di criminalità organizzata e finanza, alta, altissima finanza, e di come le due cose non solo collidano, ma coincidano. Si fanno anche nomi, cognomi, qualche volta mascherati, qualche volta no.

Il trucco narrativo, la giustificazione utile ad espiare il senso di colpa per essersi abbassato a scrivere un vero romanzo, una roba da ventesimo secolo, è quello che vede Walter Siti in dovere di sdebitarsi con un il protagonista del libro, un broker senza scrupoli che, per evitargli uno sfratto ormai quasi esecutivo compra l’appartamento dove Walter Siti vive e glielo lascia in comodato; in compenso lui ne scriverà la biografia.

Il personaggio di Tommaso, il protagonista, ha una sua forza epica: nasce povero e obeso, ha un padre in galera e amicizie discutibili; sale tutti i gradini della scala sociale, da protagonista, senza mai nutrire dubbi o paure o esitazioni morali. Ha una lunga tresca con un’olgettina, compensata con quella, parallela, con un’aspirante scrittrice (anzi: scritticiue, frequentatrice del demi-monde letterario e, manco a dirlo, del Teatro Valle Occupato (questa parte è gustosissima).

Funziona meno la seconda parte del romanzo nella quale  Walter Siti affronta di petto, alla Saviano, la materia della finanza e delle organizzazioni criminali. Per una cinquantina di pagine, mescolando il racconto nudo e crudo con inserti di dialoghi spesso adespoti (spesso si intuisce soltanto quali siano i personaggi che pronunciano le battute: si crea in questo modo un effetto di mimesi assoluto e allo stesso tempo straniante, le voci sono puro testo, sono materia letteraria, quasi fossero sbobinature di dialoghi intercettati, sostanza amorfa, afferrata e registrata allo stesso livello di tutto) i fatti sono riportati in pratica senza drammaturgia, come se non ne meritassero alcuna (o almeno, con una drammaturgia al minimo sindacale: il ruolo di “tirante” delle cose raccontate è affidato a tale Morgan Lucchese, che “ruba la scena” a Tommaso senza averne peraltro la statura,  figlio di Giuseppe Lucchese, boss mafioso appena appena dissimulato da una biografia volutamente manomessa, oggi in carcere con l’accusa di essere l’assassino del generale Dalla Chiesa e di altre 37 persone e invece qui dato per morto): ecco di nuovo il Walter Siti scettico, ritroso, pavido. I meccanismi complicati e sconvolgenti della finanza internazionale potrebbero essere la premessa di una storia (in mano a un romanziere passatista); invece la premessa resta tale, lasciando il lettore in balia di una messe di informazioni inutili: è impossibili assimilarle in mancanza della mediazione di un messaggero/medium credibile nel quale identificarsi o da odiare. Lo spiegone alla Saviano rimane invece lettera morta: al massimo può suscitare un Oh! oppure un Ah! o anche: chi l’avrebbe detto? oppure Anvedi questi. Ma non supportato dal dramma (persino shakespeariano, perché no? troppo antico? efficace, però) l’enunciato non buca la coscienza.
Walter Siti rifugge da qualunque tentativo di immedesimazione, da parte del lettore; anzi, immergendosi a corpo morto nel reale, sembra voler prender le distanze da tutto: dal testo, dal lettore, dalla letteratura, dal mondo. E’ un gioco: perché il libro è qui, fra le mie mani, esiste in libreria, costa diciassette euro e ha una copertina cartonata bruttissima.

Personalmente rimango sostanzialmente, freddamente ammirato, mai coinvolto.

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Categorie:letture Tag:,
  1. Alberto Taraglio
    6 luglio 2013 alle 18:14

    Concordo parola per parola. Analisi di grande intelligenza, competenza, impassibile senso dell’humor. Stringati complimenti.

  2. 6 luglio 2013 alle 18:49

    Ti ringrazio molto. (stringatissimo ringraziamento)

  3. Pcv
    13 novembre 2013 alle 02:03

    C’è una netta differenza con lo spiegone alla Saviano. Siti ti lascia senza possibilità di scampo, nessuno potrà mai dire di essere completamente estraneo; Saviano fa apparire la criminalità, la definisce in spazi e limiti precisi, che possono avere solo punti di tangenza con gli spazi e i limiti di chi non se ne sente parte. Siti ci dice che siamo tutti, tragicamente (e secondo me a sufficienza, senza necessità di aggiungere drammaturgia) coinvolti. Per il resto ottima analisi!

  4. 13 novembre 2013 alle 09:45

    Grazie. Però, pur essendo d’accordo sul fatto che tra Saviano e Siti vi sia una differenza “ontologica”, rimango della mia idea. Lo “spiegone” (se vuoi, non alla Saviano) è parte integrante, secondo me, dell’atteggiamento di ingiustificata sfiducia nei meccanismi del romanzo.
    Ciao.

  5. 11 marzo 2014 alle 17:50

    a quaranta pagine dalla fine del libro,, trovo impeccabile la sua analisi. Lei ne rimane freddamente ammirato… personalmente nemmeno quello.
    ps discreta la prima parte aiutata anche dal tipo di esperienza del protagonista (tra lo strappalacrime e l’ammirato)

  1. 8 luglio 2013 alle 08:13

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