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Conservatori

“L’avevo sentito dire una volta, alcuni anni fa, che noi e i nostri amici e la parte della nazione che rappresentavamo, essendo incapaci di far fronte ai problemi del presente, ci eravamo rivolti, come infelici vegliardi, verso un’epoca che consideravamo più felice e più semplice.” (John Cheever, Addio, fratello mio, in I racconti, Feltrinelli, p. 26)

C’è una cosa che non sopporto. Che non sopporto in particolare, dal momento che ci sono moltissime cose che non sopporto. Alcune sono scontate e quindi anche se non le sopporto proprio in definitiva mi danno meno fastidio di quelle che non sopporto ma, per qualche ragione e con qualche correttivo, potrei anche sopportare.

La cosa che non sopporto  di più in questi ultimi tempi è il conservatorismo di sinistra.

Io mi ritengo una persona di sinistra, cioè favorevole alla equa distribuzione della ricchezza, alla promozione umana, contrario allo smantellamento dello stato sociale, aperta alla modernità, all’ampliamento dei diritti individuali, al rispetto degli elementari diritti e doveri civili che tutelino l’interesse generale (pagare le tasse, il rispetto delle leggi, della Costituzione, dell’ambiente, uno spiccato senso civico ecc.).
Tutte queste belle cose mi rendono simile a moltissime persone che si dicono, anzi che senz’altro sono di sinistra. Le quali però condiscono la loro visione del contemporaneo con un continuo ossessivo guardarsi indietro dicendo: quanto si stava meglio prima, anche se si stava peggio. Prima sì che i sindacati… prima sì che il Grande Partito Comunista, prima sì che c’era Enrico Berlinguer, prima sì che c’era la coscienza di classe, prima sì che le fabbriche, gli operai, gli intellettuali organici… Si potrebbe continuare per righe e righe. Tutte cose ovvie e condivisibili.

Quello che però nasconde il pensiero conservatore di sinistra non è la giusta valutazione storica di quello che abbiamo costruito di bello e di buono nel passato; ma la certezza inossidabile che tutto questo ha, avrebbe, dovrebbe essere la bussola per orientarsi oggi. Si appellano alla messa in discussione dei diritti fondamentali, fanno leva sui rischi che tutti noi stiamo correndo. Ma è corretto declinare la difesa dei diritti nello stesso identico modo di venti anni fa?

Io mi aspetto, per esempio, che venga meglio tutelata la precarietà, prima ancora del posto fisso, perché oggi il lavoro è precario, è un dato di fatto, e a me piacerebbe che i sindacati si battessero perché i precari, proprio in quanto precari, guadagnassero duemila euro, non cinquecento e niente ferie né malattia e se sei incinta a casa e tanti saluti; e trovassero facilmente un nuovo dignitoso posto di lavoro una volta terminato un contratto, e non rischiare di restare a spasso per anni. Invece si vorrebbe eliminare il precariato come fosse un virus, ma non è un virus, è il contesto, e con il contesto ci si fa i conti, non la guerra, non una guerra che non si ha alcuna possibilità di vincere. O no?

Di solito, di fronte a ragionamenti come questi, i conservatori di sinistra fanno spallucce e con un ghigno sardonico ti chiedono conto di Matteo Renzi, del PD e di Ichino, e dei matrimoni gay e cose così. Si scelgono due o tre argomenti (sui quali peraltro ci può essere la più totale convergenza) dimenticando tutti gli altri; eludendo la complessità della vita (politica) riducendola a slogan ideologici che mettono sulla difensiva e non lasciano spazio ad alcuna obiezione. Tra l’altro usando la furbizia retorica di attaccare l’altro di semplicismo, che non capisce quanto sia pericoloso correre fra le braccia della modernità che quasi sempre significa il trionfo delle ricette del più bieco capitalismo, abbandono della nave di ogni diritto, insomma una sconfitta anche un po’ paracula.

Io invidio quelli che hanno molto chiaro quello che si deve fare e in quale direzione andare. Io non lo so. So soltanto che, osservando il mondo, sentendo parlare i ragazzi, avverto uno scollamento pericoloso e autoconsolatorio nei conservatori di sinistra, che non aiuta, anzi peggiora le cose. Non sarebbe possibile cercare di capire i cambiamenti e gestirli in modo da non consegnarci al nemico? Per dire, i giovani che stanno studiando per essere classe dirigente sono nati dopo che Enrico Berlinguer o Sandro Pertini sono morti (al cui ricordo e alla cui lezione siamo tutti legati e tutti debitori, naturalmente, e che vengono costantemente citati come esempi di uomini con le palle, mentre quelli di oggi… – quelli del PD, ovviamente).

Purtroppo chi si candida ad essere classe dirigente era già adulto quando Berlinguer votava il governo di unità nazionale. E’ logico e comprensibile restare condizionati dai modelli migliori che hanno accompagnato la nostra vita. Non è logico che questi modelli siano gli unici che molti di noi (e dico noi e lo sottolineo) hanno ancora nel portafoglio e soprattutto non è logico che a dettare la linea siamo ancora noi.

Mi chiedo: la nostalgia è la chiave di lettura più giusta per capire qualcosa di Beppe Grillo o Di Pietro, o della Lega, e di chi li sostiene?

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