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I confini di Chiasso

Si usa molte volte questa espressione riferendola al cinema italiano: questo film non lo vedrebbe nessuno al di là dei confini di Chiasso. Leggi: è troppo locale, troppo italiano, non lo capisce nessuno, non interessa a nessuno al di fuori dei nostri striminziti confini geo-culturali (o sottoculturali).

Lo ha ribadito anche Roberto Escobar sulla Domenica del Sole 24 Ore del 19 agosto scorso (non reperito in rete). In pratica l’unica commedia decente prodotta dalla cinematografia italiana nella stagione appena conclusa è, secondo Escobar, un film francese, “Ciliegine” di Laura Morante.
Il limite di tutte le altre commedie è proprio quello di essere troppo poco europee.

Non mi metterò certo a difendere le commedie italiane. Generalmente fanno orrore, questo è evidente a chiunque. Quello che non mi convince è però la base del ragionamento di Escobar, e di tutti quelli che, come lui, accusano il cinema italiano di eccessivo localismo.

Il grande successo della commedia italiana degli anni cinquanta e sessanta derivava proprio dal fatto che quei film fossero italiani al cento per cento. Dal fatto che lo spettatore americano amava calarsi in una realtà completamente diversa dalla propria, e scopriva così il mondo rurale, pre-moderno, sofferente o gioioso dell’Italia del dopoguerra. Il mondo di Rossellini e di De Sica, della Carbiniera e dei poveri ma belli.
Il motivo di quel successo non derivava dal fatto che quei film avessero un respiro internazionale (che non avevano), ma al contrario: che fossero, per gli americani o per i francesi, esotici. Li apprezzavano esattamente per gli stessi motivi per cui noi apprezziamo l’esotismo del far west, l’esotismo delle città americane, o l’esotismo della banlieu o di Montparnasse e Pigalle, o dell’Africa nera.

Però, perché mai una cinematografia in crisi, che non ha più niente da raccontare, e quando ce l’ha lo fa male, schiacciata da complessi di colpa e di inferiorità dovrebbe copiare quello che ci piace dei film degli altri, snaturando così qualsiasi possibile connotazione autoctona? Si dovrebbero girare film “americani”, o “francesi” (molto meno, in verità)? Cosa c’è di peggio dei film apolidi, internazionali? E’ ovvio che un americano non ha alcun interesse a vedere un film americano proveniente dall’Italia. Un americano vorrà vedere e capire qualcosa di Roma, Napoli, Palermo, non una scimmiottatura dei propri prodotti.

Il problema non è il localismo, ma le idee, la tecnica, il coraggio imprenditoriale. A un certo punto in Italia si sono cominciati a fare solo film televisivi, quelli sì, autoconfinati entro gli stretti orizzonti nazionali. Si sono cominciati a fare solo film brutti, bruttissimi. Con attori scarsissimi – ma molto popolari – con registi scarsissimi – ma molto redditizi perché perfettamente sintonizzati con il gusto becero della media nazionale.
Film brutti se ne sono sempre girati, in Italia e ovunque. E’ nella natura delle cose (l’altro giorno ho visto dieci minuti di American pie 2: madre santissima benedetta…). Da noi diciamo che c’è una prevalenza dei film brutti non compensata a sufficienza da una cinematografia di qualità. E purtroppo scontiamo ancora il fatto che, specie qualche anno fa, la qualità è stata scambiata per seriosità, cupezza, tetraggine. Risultato: si sono fatti film seriosi, pretenziosi, cupi e tetri… brutti. E si è del tutto persa la capacità di fare commedie.

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  1. paoladazero
    16 settembre 2012 alle 05:35

    Che bel post! Pero’ mi sarebbe piaciuto qualche titolo in piu’ , come esempio, dato che io ho la memoria corta….

  2. 16 settembre 2012 alle 18:13

    Memoria corta? A chi lo dici!!
    E.

  3. Roberto Escobar
    17 ottobre 2012 alle 18:42

    Leggo solo ora questo post, sul quale concordo in gran parte. Se l’autore del post avesse “reperito” il mio pezzo sul film, se ne sarebbe accorto.
    Roberto Escobar

    • 17 ottobre 2012 alle 19:13

      Grazie per essere intervenuto. Il mancato reperimento mi ha impedito di linkare, non di leggere il suo pezzo. Nel quale avevo trovato, evidentemente, sfumature diverse sull’argomento. Mi era sembrato di cogliere un invito alla sprovincializzazione, nel senso che ho scritto qui, cioè ad una “internazionalizzazione” dei contenuti (avvalorata dal riferimento ad un film di fatto francese a tutti gli effetti).
      Ezio

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