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Cose che non mi piacciono nei romanzi (italiani)

Agosto. Nella serena quiete dell’estate (karaoke che iniziano alle 2:30 am, discoteche che non chiudono mai, fanciulli schiamazzanti sulla spiaggia, zanzare fameliche a ogni ora del giorno e della notte, incuranti di zampironi e Vape) cosa c’è di meglio che levarsi qualche sassolino dalle ciabatte rigorosamente non-infradito a proposito di come si scrivono romanzi in Italia (e non)?

Quello che segue è un elenco provvisorio di vezzi e malcostumi che mi piacerebbe che i nostri giovani autori fossero in grado di evitare. Si tratta, in genere, appunto, di vizi/vezzi, concessioni modaiole che con un minimo di autocontrollo, sono sicuro, potrebbero essere tranquillamente espunte, in modo da rendere più personale lo stile di ciascuno.

  1. Nei dialoghi, esplicitare le pause in questo modo:
    – Hai capito cosa ti ho detto?
    –  …
    –  …
  2. Usare il font Arial 12 quando si cita una e-mail, trascrivendone intestazione e destinatario come fosse davvero una e-mail.
  3. Coniare formule aggettivali come “molto milenesco” (relativo a Milena): se lo fa David Foster Wallace non solo non significa che lo si debba fare anche noi; significa che non dobbiamo farlo anche noi.
  4. Titolare i capitoli con riassuntini settecenteschi: “Qui comincia l’avventura – dove Ciccio Formaggio incontra Tazio Ruvidelli e ne trae una lezione di vita…” Se quest’abitudine è stata eliminata dal romanzo novecentesco un motivo ci deve essere.
  5. Eccedere in corsivi significativi (come ho fatto io in questo post), per suggerire che quello che si sta scrivendo sotto-sotto nasconde significati assai profondi che danno un senso del tutto diverso alla corrività dell’enunciato.
  6. Rendere personaggi altrimenti descritti come poco intelligenti, improvvisamente ironici e autoconsapevoli, regalandogli in modo del tutto inappropriato l’ironia e la consapevolezza dello scrittore, che proprio non ce la fa a starsene tranquillo e invisibile dietro i fatti che racconta (evidentemente poco interessanti di per sé e che secondo lui necessitano, quindi, di essere nobilitati con una sovrabbondanza di acume psicologico che l’autore, osservante di regole postmoderne – discutibili o no, non lo so – non ritiene abbastanza moderno attribuirsi esplicitamente).

Per ora è tutto, credo.

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Categorie:apprendista, scrivere
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