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I racconti (di John Cheever, in particolare – con qualche spoiler)

Quando ero un aspirante scrittore avevo il complesso del racconto. Un complesso che si accompagnava a un paradosso. Il complesso era quello di non ritenermi in grado di scrivere dei buoni racconti. Il paradosso consisteva, e consiste ancora, nel fatto che sebbene sia risaputo che i racconti non li legge nessuno, tanto più quelli di un esordiente, e ancora meno di un gruppo di esordienti, o giù di lì, l’unica cosa che di tanto in tanto ti viene richiesto di scrivere, o sei costretto a scrivere, sono proprio i racconti. Perché sono brevi, perché non sono impegnativi, perché è più facile montare una raccolta di racconti a tema (il caffè, i sogni, la carta dei diritti universali dell’uomo, il calcio, gli ABBA), che non impegnarsi nella pubblicazione di un romanzo di un perfetto sconosciuto. Nessuno leggerà i primi, come nessuno leggerà il secondo, ma almeno dieci autori garantiscono un bacino di utenza un po’ più ampio di uno solo (fratelli, genitori, amici, cugini). Funziona così: l’autore ne compra o, se è fortunato, ne riceve un certo numero di copie. Quando gli arriva a casa il pacchetto con le sue venti copie, lo apre con una certa emozione, ne apre una copia, legge solo il proprio racconto, quindi, soddisfatto, lo richiude sognando di vendere le altre copie ad amici compiacenti al termine della presentazione che terrà in una piccola libreria alternativa.

Quindi, se da una parte ero consapevole della mia limitatezza, racconti ho sempre dovuto scriverne: per partecipare ad un concorso, o accogliendo la richiesta di un amico. Devo dire, con alterna fortuna. Di qualche racconto sono soddisfatto, o anche molto soddisfatto, qualcuno è stato pubblicato da qualche parte, o si è ben piazzato in un concorso nazionale. Ma questo non è stato sufficiente a rendermi mai pienamente soddisfatto del mio modo di scrivere racconti. Per questo ogni volta che leggevo (leggo ancora oggi) una raccolta di racconti non mi limitavo a godere di una bella esperienza di lettura; ma li studiavo, ne analizzavo la struttura, le clausole ricorrenti, i trucchi, la perfetta dinamica interna dei personaggi, lo sviluppo del climax, gli incipit e gli explicit, convinto che un bravo scrittore di racconti in serie (alla Carver, alla Hemingway) debba avere per forza una cassetta degli attrezzi, un codice segreto che gli permetta di produrre racconti in serie, soccorrendolo in caso di un deficit di immaginazione.

Purtroppo non sono mai riuscito a scoprire alcun trucco, alcuna formula magica. Un bel racconto, come dice Cortàzar, deve essere come un incontro di pugilato che si concluda con un KO, e questo accade non così frequentemente e sempre per merito di un’intuizione narrativa, non certo di uno schema. E quello che ho scoperto, leggendo racconti, è che ogni bel racconto è un’opera unica e irripetibile. E quando capita di leggere una raccolta di 61 racconti, quasi tutti bellissimi di John Cheever, non resta che accettare il fatto che si tratta di 61 racconti diversi l’uno dall’altro e ognuno con una specificità, carattere, forza narrativa.

E’ vero che quasi sempre vi si trovi un  gruppo familiare, all’interno del quale spesso covano contrasti e risentimenti; è vero che spesso i protagonisti sono messi in rapporto con avvenimenti fuori dalla norma per vedere che tipo di reazioni hanno.
Ma se in “Addio fratello mio” Cheever non giocasse in modo eccezionale fra la verità dell’Io narrante e quella del fratello Lawrence, proponendoci come indiscutibilmente “vera” la prima ma lasciandoci percepire fra le righe che invece è il fratello ad aver  capito tutto della loro famiglia; se in “Una radio straordinaria” il risentimento fra un marito affettuoso e premuroso, e una moglie apparentemente  pudica e sorpresa dalla insospettabile cattiveria del mondo non esplodesse all’ultima pagina rivelandoci come il marito ne abbia piene le tasche dell’ipocrisia della moglie che non ha titolo alcuno per criticare la meschinità del mondo dopo quello di cui si è macchiata nel loro recente passato; se in “Oh, città dei sogni infranti!”, al di là del topos del provinciale che cerca di fare fortuna a Broadway, uno dei produttori cialtroni in cui si imbatte il protagonista non venisse colto nell’atto di spazzarsi da solo la lurida anticamera del ancor più lurido ufficio, e la segretaria offrire al giovane scrittore uova fresche che porta ogni mattina dal New Jersey; se non fosse grazie ad una cameriera che involontariamente ascolta una discussione fra i protagonisti di “Gli Hartley” che veniamo a sapere che i due non vanno assolutamente d’accordo come vorrebbero far credere, e come l’autore – pur onnisciente! – avvalora, non fornendoci alcun indizio su come stiano realmente le cose, e che anzi si sono già separati una volta e la loro vacanza in montagna non è che un patetico tentativo di lui di ripercorrere luoghi dove una volta erano stati felici, nella speranza di rivitalizzare il loro matrimonio in agonia; se insomma non ci fossero i dettagli, o un’improvvisa, inattesa sterzata del punto di vista, se insomma non ci fosse una tecnica narrativa fuori del comune, un’intuizione emotiva, un rovesciamento che spiazza il lettore, una deviazione dallo standard, non basterebbero i temi ricorsivi, le strutture portanti ripetute a fare dei racconti di John Cheever ognuno un piccolo capolavoro.

Un po’ di citazioni sull’argomento “racconti”. http://it.search.wordpress.com/?q=racconti&site=eziotarantino.wordpress.com

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