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Simenon Vs. Fred Vargas

Ho letto, uno dopo l’altro, Le campane di Bicêtre, di Georges Simenon, e i primi due romanzi  della cosiddetta “Trilogia di Adamsberg” di Fred Vargas, L’uomo dai cerchi azzurri e  L’uomo a rovescio.

Ora, chi sia Georges Simenon è noto a tutti. Fred Vargas, dal canto suo, non è una scrittrice per pochi affezionati. E’ una brava e popolare autrice di “gialli”, molti dei quali hanno come protagonista un Maigret contemporaneo, Jean-Baptiste Adamsberg, appunto.

Quindi non abbiamo da una parte un tipico esemplare di buona, qualche volta ottima letteratura media, e dall’altra una simpatica outsider d’élite. Due scrittori seriali, molto popolari e fortunati, un mostro sacro del passato e una brava scrittrice.

I libri di Simenon “non-Maigret” godono da qualche tempo di una fama, in una certa misura meritata, conquistata anche grazie ad un’aura conferita dalla confezione severa e autorevole della Adelphi. Sono libri un po’ grigi, con belle atmosfere provinciali, brumose, ossessive. C’è poca ironia, i personaggi sono vittime di esistenze appesantite da un destino implacabile. Sanno inevitabilmente di un retrogusto amaro che non gli rende merito: sono lo zio colto, dignitoso e sfortunato di una famiglia dove un giovane di successo catalizza tutte le attenzioni e si giova di ogni fortuna. C’è il sapore tossico dell’espiazione di una colpa indicibile (quella del successo).

Nelle Campane di Bicêtre non succede nulla. Un uomo di successo, il direttore di un importante giornale di Parigi, ha avuto un ictus e nel suo letto d’ospedale, fra una infermiera procace e disinvolta, una moglie alcolizzata, amici facoltosi e fatui, ripercorre la propria vita, scoraggiato e disilluso. Il centro della scena è il letto d’ospedale dov’è ricoverato il protagonista; e tutto ciò che gli ruota intorno: suoni (le campane), il cortile dell’ospedale, le infermiere, i medici, gli altri ricoverati, e i ricordi (l’infanzia, la rapida carriera, un matrimonio fallito, una figlia un po’ strana, l’esclusivo circolo di amici più o meno sinceri).

Tutto si tiene in un’atmosfera cupa e meditativa, ma con una forzatura continua che ci rimanda a quei film di papà francesi, cugini lontani della nouvelle vague cui volevano forse fare il verso temendone però l’estremismo culturale che avrebbe potuto alienare le simpatie del grande pubblico. Film che giustamente venivano irrisi e osteggiati dai vari Truffaut, Godard, Malle etc. Ecco, sembra un bel film di Lelouche, corretto, ben scritto, sentimentale ma non corrosivo, non sincero.

Dall’altra parte ne L’uomo dai cerchi azzurri sembra proprio di respirare l’aria della Parigi roca e sporca e dalle vite sconclusionate e generose delle storie di Truffaut. Lo stesso Adamsberg, detective sui generis, che si fida più dell’intuito

e delle associazioni mentali più strampalate che delle prove e delle tecnologie, me lo raffiguro con la faccia segnata e curiosamente attraente di Charles Denner (L’uomo che amava le donne). C’è una umanità infiacchita dalla sfortuna, dalla ricorrenza umiliante della sconfitta, per riscattata dal coraggio di non mollare mai e di recuperare nel fondo del proprio orgoglio ferito un motivo per resistere.

Una bevuta, una scrollata di spalle e via.

I libri della Vargas restituiscono il piacere di leggere con piacere. Non lasciano il segno, non obbligano a segnare a matita ardite metafore, costrutti sintattici fragorosi, descrizioni folgoranti. Ma regalano al lettore il tempo di dedicarsi a un mondo diverso eppure stranamente familiare, a personaggi vivi, con cui andresti volentieri a farti un bicchierino in un bistrot a parlare del più e del meno.

Ecco, regalano la vividezza della vita vera, ma è proprio in questa naturalezza che si apprezza il talento di un narratore. E  Fred Vargas questo lo fa benissimo.

Non dirò nulla della trama. Leggetelo, se vi va.

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