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Ancora su “Il tempo è un bastardo”

Quand’è che un libro è un ottimo libro? Che uno scrittore è un vero scrittore?

Immagino che ci siano parecchi modi per dirlo. Quando, per esempio, il libro è come una finestra che si apre su un mondo e questo mondo lo riconosci, anche se non ci sei mai stato, perché ne senti gli odori, i colori, perché vedi i vetri rigati di pioggia e senti il ronzio di un ventilatore che vortica pigro nella stanza in un pomeriggio a New York; o ti viene da pensare ai personaggi anche dopo diversi giorni chiedendoti cosa staranno facendo; o quando, come dice Sergio Garufi (su Facebook), rileggendo Anna Karenina ti trovi a sperare fino all’ultimo che non si ammazzi.
O quando un libro ti presta pezzi di vita che non hai vissuto, e la nostalgia di essi. O ti fa rivivere esperienze che ti hanno segnato a fondo. O sentimenti di cui senti la mancanza e la loro semplice rievocazione funziona come un rammendo insperato nella lacerazione dell’anima.

Sono stato severo con “Il tempo è un bastardo” di Jennifer Egan. Ho detto, sì, che il libro è bellissimo, ma l’ho criticata troppo per quel capitolo scritto à la mannière de David Foster Wallace.

In fondo quella non è la voce (fasulla) di Jennifer Egan, ma di Jules Jones (il personaggio che scrive l’articolo). Un ragazzo dalla personalità piuttosto complicata e dal talento incerto e sostanzialmente sprecato, ed è quindi ovvio che sia Jules Jones a non avere una voce e che quindi la debba chiedere in prestito a un grande scrittore di cui diventa una eco imbarazzante, e non Jennifer Egan, che per tutto il resto del romanzo una voce ce l’ha, eccome.

Il calco postmoderno è comunque lì. Vistoso, virtuosistico. Ma, contrariamente a quanto ho scritto l’altro giorno, un senso ce l’ha.
Ma è il romanzo in generale ad essere segnato da questo approccio originale e, se proprio vogliamo definirlo così, postmoderno:  lascia volutamente il lettore privo di un comodo strumento consolatorio o reattivo alla nostalgia e al dolore, come accade in una narrazione tradizionale (che rispetti cioè ritmi, climax, pause e svolte narrative ben codificate). La Egan ci consegna infatti le tessere di un puzzle incompleto, sebbene conservi una sua unità strutturale, per quanto destrutturata: pur costituito da una serie di capitoli /racconti abbastanza indipendenti l’uno dall’altro, il romanzo ha infatti una struttura circolare ben definita. Il che alla fine consente a Jennifer  Egan di metterci fra le mani, sì un qualcosa di fluido, aperto, confuso, all’apparenza irrisolto, ma con, intatto, il piacere dell’esperienza della lettura come ce l’aspettiamo da un romanzo che ci prende, ci scuote, ci conquista: la classicità delle ultime pagine del libro, struggenti nella ricerca di un ricordo sfuggito che abbiamo incontrato all’inizio del libro, e stringente nel racchiudere il senso di tutta la vicenda in poche, bellissime righe (crescere, accettarsi, sottomettersi allo scorrere del tempo e non dichiararsi vinti anche se può sembrare, trovare non si sa dove né come né perché le ragioni di continuare a darsi da fare, rimanendo onesti) consolano, danno una direzione, un suggerimento, quantomeno, un piccolo aiuto, un po’ chiedono scusa di tanta dolorosa entropia.

(P.S. Se a commento del post ho inserito un’altra immagine di Jennifer Egan immagino che una ragione ci sia….)

 

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Categorie:letture Tag:
  1. 10 aprile 2012 alle 07:58

    …incuriosito. davvero. E in ogni caso, salvo rare patacche, chi sceglie i Pulitzer ci capisce.

  2. paoladazero
    13 agosto 2012 alle 05:46

    Spero mi appassioni di più di “zona disagio” di franzen che ho appenTa finito… E a proposito chissà se c’è una tua recensione su questo libro ..

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