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NOTAV, alcune questioni

Immagine L’immagine qui accanto, ritagliata dal sito di Trenitalia, potrebbe essere di per sé una buona ragione per sostenere le ragioni del movimento NOTAV.
Non credo sia ammissibile, in qualsiasi paese di un qualsiasi mondo (primo, secondo, terzo o quarto) che un treno possa impiegare tre ore e zerodue minuti per percorrere circa 125 Km. Tuttavia, poiché sono un po’ prevenuto, lo ammetto, ho il sospetto che se Trenitalia e il Perfido Monti decidessero di rinnovare la rete ferroviaria siciliana, ci troveremmo a dover discutere per anni e/o fare a botte con i NOTAV della Val di Mazara,  irriducibili e fieri avversari di un’ipotetica galleria da costruire nel cuore delle immacolate Madonie.

E’ chiaro a tutti che la questione della Val di Susa è diventata una questione “sociale” tout-court. Le ragioni dei valligiani contrari alla TAV sono diventate la leva per costruire su più larga scala una lotta contro un potere sordo alle ragioni del popolo, che butta i soldi in opere inutili anziché costruire case per tutti.

Nel manifesto qui accanto le lotte in Val di Susa sono messe sullo stesso piano degli sgomberi degli alloggi occupati a Roma. E sabato scorso, le manifestazioni di Action (il movimento dei “precari dell’abitare”) e dei NOTAV si sono riunificate, o hanno cercato di farlo, in un’unico corteo cone le medesime finalità.

Ora, è chiaro che se non si spendono soldi per la TAV, o per qualsiasi altra cosa, ci sarebbero soldi per costruire case popolari e asili. Non è certo sbagliato invocare la costruzione di scuole, case, e via dicendo. Ma auspicare che si possano dirottare i soldi investiti in un’opera simile è quanto meno utopistico: una semplificazione che non credo porti da nessuna parte.
La linea ferroviaria Torino Lione si deve fare e si farà. Leggo che oltre a dimezzare i tempi di percorrenza fra l’Italia e la Francia diminuirà l’impatto del traffico di merci su gomma; leggo che a regime i valsusini non vedranno un treno nemmeno con il binocolo, e che durante i lavori non ci sarà movimentazione di terre con camion molesti, perché la terra degli scavi viaggerà anch’essa su rotaia. Leggo infine che i costi si sono abbassati notevolmente rispetto al primo progetto (la spesa per l’Italia è di 3 miliardi di euro, il resto – il 40% – ce lo mette la comunità europea). Ma questi sono dati di fatti confutabili come ogni dato di fatto.

Non mi interessa difenderli in una guerra di religione. Io, lo ripeto, trovo inconcepibile che da Napoli in giù non esista una rete ferroviaria degna di questo nome. Ma immagino anche che costruire una linea che collegherà il nostro paese con un l’Europa abbia una rilevanza pari alle aspettative di poter percorre la Palermo Mazara del Vallo in un’oretta, come accadrebbe in qualsiasi paese europeo, e immagino infine che le due cose dovrebbero marciare in parallelo, senza che l’una escluda l’altra.

Ora mi interesserebbe di più capire come mai un giudizio di merito sulla costruzione di una ferrovia possa diventare un discrimine ideologico e una bandiera di un antagonismo sociale che trae spunto dalla Val di Susa per estendersi a tutto (ma non lo farò qui, ora. Mi limiterò a ragionare brevemente di retorica).

Persino non un rivoluzionario, ma un giornalista “progressista” come Curzio Maltese, non su un foglio anarco-insurrezionalista, ma sul Venerdì di Repubblica, sceglie di schierarsi con i NOTAV, utilizzando una retorica argomentativa che è come collocare l’asticella prima della quale si è “cattivi” e oltre la quale si è “buoni”, a un livello puramente ideologico.

L’articolo comincia così: “Se io o voi fossimo della Val di Susa, probabilmente oggi saremmo sulle barricate a difendere la salute dei figli, la nostra e una terra che rischia di essere stravolta e umiliata per sempre”.

E poco dopo (riferendosi al caso di Luca Abbà, il contestatore caduto da un traliccio dell’alta tensione e sulle conseguenti ironie dei giornali di destra): “Se l’è cercata Abbà? Ma andiamo, piuttosto se l’è cercata la politica.”

L’attacco dell’articolo non ammette repliche. Le cose stanno così e basta. I comuni pro-TAV non esistono, le ragioni di chi è favorevole all’opera (Monti, Chiamparino etc etc) sono relegate in un giudizio lapidario e non argomentato (serviva vent’anni fa, non fra vent’anni quando sarà ultimata – il governo dice che saranno dieci).
“Io e voi”: io e tutti voi lettori del Venerdì, dunque uomini e donne progressiste, mediamente colte, di sinistra e centrosinistra. Non abbiamo scampo.

Il ragionamento su Abbà poi, non è suffragato da alcuna argomentazione. In effetti non è neppure un ragionamento. E’ un “fallo da dietro” (per usare una metafora calcistica): di qua il prode Abbà, che sale su un traliccio dell’alta tensione a “protestare pacificamente” (come se non fosse rischioso di per sé. Io vorrei vedere cosa direbbe Maltese a suo figlio se lo vedesse salire – pacificamente – su un traliccio dell’alta tensione). Di là quelli che fanno della becera ironia.  Nel mezzo sembra non esserci più spazio per nient’altro. “Se l’è cercata la politica”: un argomento astratto, che non entra nel merito, puramente ideologico, appunto. Una retorica classica, da vero giornalista: eludere il merito e cambiare discorso.
E anche se le ironie della destra su quella che è una disgrazia che stava per costare la vita a un uomo ci fanno orrore, la spinta dialettica di Maltese (il fallo da dietro) ci suggerisce che se non la vediamo come lui, non resta che stare “di là”. Non l’aveva già detto prima? Io e voi la pensiamo allo stesso modo. Quindi se non la pensi allo stesso modo non sei “dei nostri”. Il semplice buon senso è bandito (io mi ritengo “progressista” quanto Maltese ma penso che Abbà là sopra avrebbe fatto meglio a non salirci). Ma il buon senso, me ne rendo conto, non è ideologico. E’ banale.

La forzatura ideologica provoca solo fratture e incomprensioni. Non fa bene a nessuno.

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