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Il Grande Meaulnes, di Alain-Fournier

Alain-Fournier, Il grande Meaulnes, 1913
[oggi la consueta rubrica delle Letture del martedì di RdB non viene pubblicata. In sostituzione ecco una mia recensione uscita qualche anno fa, esattamente nel febbraio del 2005, sulla “Bottega di lettura”, sito di letture curato da Giulio Mozzi).

C’è un tipo di libro che mi mette qualche volta in difficoltà.
Mi si perdoni la metafora calcistica (inevitabilmente cheap): è più facile opporsi ad un canonico 4-4-2 (le squadre si posizionano in campo secondo schemi abbastanza rigidi, anche se dalla tv non sembra: 4 in difesa, 4 a centrocampo e due all’attacco e si muovono armonicamente secondo tattiche abbastanza ripetitive), che non ad una squadra che spezza gli equilibri consolidati, e così non dà – si dice – punti di riferimento. I giocatori si muovono in modo anarchico, non fanno quello che l’avversario si aspetta e questo genera disorientamento, errori: maestra in questo tipo di gioco era l’Olanda del 1974.
Ci sono libri che all’apparenza non si sa come prendere, o classificare. O se lo si sa, perché qualcosa si è studiato, o ci si ricorda, comunque la narrazione va avanti senza farsi riconoscere, dissimulando tecniche e trucchi.
Ciò che chiedono ad un lettore è di entrare senza ritrosie nella storia, e rimanerci. Almeno fino alla fine, quando tutto torna a galla e allora di nuovo si può cominciare a porsi domande che prima, nella purezza della narrazione, non trovavano spazio.

In libri come questi il testo parla da solo. E’, preso nella sua totalità, metafora, simbolo, dato apparentemente inesplicabile e invece assicurato, in modo robusto, all’anello delle umane verità penultime. L’epifania della verità è mostrata nel suo aspetto misterioso e semplice, al punto da non essere quasi intelligibile.
Allora ci chiediamo, qualche volta, cosa ci sia da capire. E, qualche volta, ci sembra che in effetti non ci sia niente da capire.
Qualche volta la storia è appassionante; qualche volta scorre allo stesso ritmo della vita, senza scossoni, falsi colpi di scena, interlacciandosi con l’esperienza serena o ruvida o della quotidianità. Questo può spiazzare, infastidire, o incantare.
Tratti caratteristici: assenza di autocompiacimento e di abusi ideologici: il piacere non deve ricondursi ad un pretesto intellettuale.

Il libro di cui voglio parlare è Le Grand Meaulnes di Alain-Fournier. Quello che si dice un classico. Non so quanto letto, in Italia. In Francia è considerato un libro per ragazzi, è letto nello scuole, come da noi I promessi sposi. Le Grand Meaulnes è anche un libro per ragazzi, un libro di formazione (che possa essere interpretato come un libro di avventura lo può suggerire la lettura dell’indice dei capitoli della seconda parte del romanzo: I. Il grande gioco, II. Cadiamo in una imboscata; III. Lo zingaro a scuola; IV. Dove si parla del Dominio Misterioso; V. L’uomo dalle scarpe di corda; VI. Una lite dietro le quinte; VII. Lo zingaro si toglie la benda; VIII. I gendarmi!…).

In realtà si tratta di un libro irreale e indecifrabile, senza altre chiavi di lettura che non la narrazione stessa. Un libro che rischia di restare invischiato in una lettura “sentimentale”, quando invece è gravido, come un film asciutto e straniato del primo Rohmer (come La Marchesa von O, Perceval le Gallois) di simboli resi leggeri dalla quasi impossibilità di essere esplicitati.

La qualità della scrittura di Alain-Fournier è semplice e cristallina. Ma l’avventura raccontata nella storia non ha niente di consolatorio: come sempre, quando si parla dell’adolescenza e del suo controverso, spesso insopportabile trasformarsi nella sua naturale prosecuzione e negazione: la maturità.

La storia: un piccolo paese del centro della Francia. Un ragazzo un po’ scostante, problematico, fugge dalla scuola dove non si sente compreso, e scompare per tre giorni.
Al suo ritorno è radicalmente cambiato. Quello che gli è successo ha trasformato per sempre la sua vita. Una notte si è trovato in un castello misterioso, in mezzo ad una festa in costume, una cosa un po’ assurda, come un sogno nemmeno tanto divertente. Un gran caos di carrozze e bambini in maschera… Ha conosciuto Yvonne de Galais, bellissima e delicata. I due non potranno più fare a meno l’uno dell’altra.
Tornato a casa Augustin Meaulnes, con l’amico François Seurel, figlio introverso e sensibile del maestro della scuola, decide di mettersi in cerca del “dominio misterioso”, misteriosamente scomparso nel nulla.
Da questo momento la storia rimane fino alla fine in bilico fra il desiderio; la passione taciuta di François, alterego di Meaulnes (io narrante, testimone al riparo dai tumulti della crescita, incapsulato nella sua giovinezza incontaminata); la fedeltà a impegni che portano Meaulnes lontano da Yvonne, poi sposo non felice, che lo porta quasi ad uno scambio di ruoli, peraltro solo allusi, con l’amico che di fronte all’ennesima fuga ne vicaria ruoli e funzioni stando vicino alla ragazza da buon amico fino a doversi fare carico di accompagnarla in un finale tragico, in assenza del marito, scomparso nel nulla per onorare un giuramento e dire addio, con quello, alla generosa e violenta età della irragionevolezza.

La crescita per Alain-Fournier (che si è fatto spedire al fronte, nella Prima Guerra Mondiale, e lì ha trovato la morte, giovanissimo) è dolore, tradimento, è un destino incontrollabile, se non rimediando con la rinuncia alla felicità e la redenzione attraverso la tenace, addirittura ottusa cancellazione di un debito d’onore. La felicità è in ogni caso irraggiungibile e transitoria, instabile come il vecchio castello distrutto e abbandonato del “dominio misterioso”, luogo incantato e friabile dove la felicità ha avuto durata breve.
Meaulnes infatti, per restituire ad un amico inconsapevolmente tradito la felicità perduta (e l’amico è il fratello di Yvonne), lascerà la donna amata e futura madre della bambina generata in un amplesso che Alain-Fournier, con una ellissi anche un po’ inquietante, oscura in un abisso non raccontabile. Sul finale, poi, François diventerà, da adolescente fedele al ruolo di coscienza immacolata e immatura di Meaulnes, il confidente di Yvonne: irreprensibile sponda di un triangolo in cui l’esperienza dell’amore, platonico o carnale, resta comunque espulsa dall’esperienza diegetica del libro scritto.

François Seurel, alla fine, consegnerà a Meaulnes, ritornato a casa come un Ulisse che ha viaggiato per accettare la brutalità della crescita, la figlia custodita come un oracolo della maturità, segno di un mondo duro, che uccide ciò che ama, ma che sa trovare, in un qualche modo, la sua legittimazione.
Meaulnes non concluderà la sua vicenda da sconfitto. La vita sarà generosa con lui, e la sua vicenda sarà pura finzione, un’esperienza il cui valore non va ricercato nella sua veridicità, o verosimiglianza, ma esclusivamente come atto simbolico della scrittura.

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