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Le finestre di fronte, di G. Simenon

Georges Simenon, Le finestre di fronte, 1933
[Le letture del martedì di RdB]

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Quando pensiamo alle prime denunce letterarie della dittatura stalinista ci vengono in mente “Buio a Mezzogiorno” (1941) di Koestler, “1984” di Orwell (1949), “Confessioni di un Dio che ha fallito” (1950) con testimonianze dello stesso Koestler, Silone, Wright e altri. Simenon li aveva anticipati tutti, pubblicando questo romanzo nel 1933. E’ la storia di un ambasciatore turco Adil bey che va nel consolato del suo paese a Batum, porto russo sul Mar Nero, ora in Georgia. Il poveraccio si ritrova spiato, in un incubo alla Kafka, come scrisse Goffredo Parise. Finirà tutto malissimo, in un’atmosfera che ricorda “Gli indifferenti” di Moravia, uscito nel 1929. In entrambi i romanzi i personaggi sono immersi in una nebbia, in una bambagia che li immobilizza, in meccanismi che non riescono a controllare. In “Gli indifferenti” il deus ex machina è l’odioso Leo. In “Le finestre sul cortile” il deus ex machina è il potere poliziesco della macchina sovietica. Un’umanità di poveracci, morti di fame che girano senza pace, domina le pagine del romanzo, con le donne che si prostituiscono con gli stranieri per una scatola di sardine. Come in “1984” l’amore è impossibile, perché il grande fratello vigila e punisce ogni deviazione, ogni scelta di liberà. Trascurabile sul piano narrativo, ma sintomatico, il cammeo degli unici altri consoli a Batum, di cui non ci si può fidare: sono persiani ma, soprattutto, italiani.

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