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La fabbrica dei sogni: Hugo Cabret, di Martin Scorsese

Appena terminata la visione di Hugo Cabret viene voglia di aspettare che il film ricominci e riguardarlo da capo, per catturarne ogni dettaglio, ogni sfumatura, per capire ogni movimento di macchina, trucco, effetto. Ma già, non si può più. Alla fine della proiezione bisogna abbandonare la sala, come fosse un treno, la corsa è finita e non si può replicare. Il biglietto era valido solo per un sogno, e il sogno non si ripete. Forse è giusto così.

Che Martin Scorsese abbia contratto nel corso della sua straordinaria carriera un debito con la storia del cinema è cosa nota. Con Hugo Cabret Scorsese prende di petto l’oggetto del suo desiderio, ne indossa i vestiti, rende esplicite le premesse, apre la valigia della memoria e ne tira fuori tutto ciò che vi ha raccolto per tutta la vita.Il film in breve è la storia di Hugo, un ragazzo che, rimasto orfano, come in un romanzo di Dickens (citato più volte – A Tale of Two Cities, David Copperfield –  e rievocato nei personaggi minori che arricchiscono la narrazione in un delizioso controcanto ironico con le loro storie di innamoramenti, solitudini, disperazione, crudeltà, voglia di riscatto) se la deve cavare da solo, vivendo nei cunicoli della stazione ferroviaria di Parigi, dove si muove fra gli enormi ingranaggi di ogni tipo di orologio, cui dà la carica come gli insegnato lo zio Claude, un ubriacone che lo abbandona ben presto andando ad annegare nella Senna).

Un automa, un pupazzo a sua volta animato da ingranaggi complicatissimi che gli consentono addirittura di disegnare, ereditato dal padre orologiaio che lo stava aggiustando prima di morire in un incendio, lo mette in contatto nientemeno con George Mélies, l’inventore del cinema di  finzione, del cinema come fabbrica dei sogni (“è qui che si fabbricano i sogni”, dice a un certo punto). Mélies, dopo la fine della prima guerra mondiale, è caduto in disgrazia. I suoi film (ne girò circa 500) non piacciono più, ed è costretto a vendere gli stabilimenti e passerà il resto della sua vita in un piccolo chiosco della stazione a vendere giocattoli. Ed è qui che avviene l’incontro che cambierà la vita di entrambi.

Il film è un concentrato di tutto ciò che il cinema è stato, e continua ad essere: avventura, passione, amore, paura, divertimento. Ed è cinema, attraverso le rievocazioni e le citazioni di cento altri film (dal treno dei fratelli Lumière, alle comiche di Harold Lloyd  e Buster Keaton, a Intolerance di Griffith, agli ingranaggi di Tempi moderni di Chaplin, agli inseguimenti slapstick che si susseguono frenetici); è letteratura (il già citato Dickens più di ogni altro, ma anche – ovviamente – Victor Hugo, e Pinocchio). Ma è il film stesso un ingranaggio perfetto che “deve funzionare”.

Nel film il padre di Hugo, Hugo stesso e George Mélies, sono tutti impegnati nel riuscire a far funzionare il perfetto meccanismo di orologi, automi, storie. Il funzionamento del meccanismo è la condizione necessaria e sufficiente al raggiungimento della felicità. Tutto deve funzionare. In un perfetto ingranaggio non ci deve essere un solo pezzo in più, tutto è necessario. Questa è la visione del mondo di Hugo: rimasto solo, perduto l’adorato padre che lo portava al cinema anche per dimenticare, almeno per un po’, il dolore della perdita della moglie/madre trova il motivo per vivere nell’ammirare il perfetto ingranaggio del mondo, dove nessun pezzo deve essere in più. E così anche lui, il piccolo Hugo, anche se non sa ancora quale, deve avere la sua necessità.

Portata a termine la riparazione dell’automa Hugo crede, o spera, di trovarvi un messaggio segreto lasciatogli dal padre.
Hugo scopre che in realtà non c’è nessun messaggio. Ma è come se ci sia. E’ il cinema, attraverso la figura modesta, schiva e geniale dell’anziano “papà Georges”, a farsi portatore vicario della felicità perduta. Il cinema per Martin Scorsese è salvifico. E’ trasferimento di emozioni e di gioia di vivere.

Un film come Hugo Cabret ne è la prova: il film è sovrabbondante di energia e di forza vitale: le ricostruzioni meticolose, ma non filologicamente pedanti dei set e dei film di Mélies, le scene rutilanti della stazione di Parigi ribollente di una folla anonima e perennemente minacciosa, i vertiginosi piani sequenza, i fluidi movimenti di macchina, tutto sembra voler suscitare ammirazione non tanto per il film in se stesso, ma per il cinema, per il fare cinema, per l’artigianato ipertecnologico che lo rende possibile, per l’ingranaggio, appunto. Il cinema è un’illusione da maghi un po’ folli. E Scorsese, pur nell’inevitabile distacco dello studioso, riesce a rendercene partecipi cogliendone il senso profondo: il cinema è un papà che porta suo figlio a vedere un film.

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