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Capitolo uno

[Capitolo uno. Forse. Di un libro che è idea allo stato nascente. Per ora una sequenza di fotogrammi, dedicati a chi, come me, ogni mattina attraversa la Stazione Termini della metropolitana, Linea A, a Roma]

Ogni mattina Emma scende nella caverna devastata da mesi, anni di lavori che non finiscono e non finiranno mai. Controsoffitti troppo bassi, o troppo alti, spazi troppo vuoti, troppo piccoli o troppo grandi, soffitti di lamiere provvisorie, dai quali fuoriescono grumi di schiuma chimica purulenta, come esplosi e coagulati per tappare buchi provvisori, schiuma che a ben guardare si arrotola anche, pallida, lungo i gradini delle scale, per sigillare fragili interstizi, muri scrostati, anneriti da una muffa porosa, antri, improvvise cavità, spelonche, pile di grossi mattoni grigi a delimitare futuri depositi o nicchie, ripostigli, cabine elettriche, e cavi di ogni spessore e di ogni materiale e colore, rossi, verdi, blu, arancioni, neri, fili tesi, allentati, ondulati, sorretti da mensole di metallo o da chiodi di venti centimetri, buchi nei muri sventrati che rivelano mondi oscuri, squarci sui soffitti, feritoie nelle pareti, fori perfettamente rotondi, o perfettamente triangolari, o perfettamente irregolari, pavimento dal linoleum strappato, sconnesso, appena rifatto e già scivoloso, tiranti in sospensione, putrelle aggettanti da mura provvisorie, catene, porte di fil di ferro, chiodi, viti, polvere di calce, voci, echi, la radio e la televisione a circuito chiuso che trasmette pubblicità, come ignara della devastazione che fa eco alle voci rituali, meteo, ultime notizie, oroscopo. Tubi rosso fuoco dell’impianto antincendio. Lamiere temporanee, griglie di alluminio destinate a sostenere muri, coperte malamente da sottili strati di cartongesso sfilacciato sui bordi e incompiuto. Smisurate serpentine di condotte dell’aria, lucide, che si snodano lungo i corridoi, se ne seguono i percorsi a zig-zag, si percepisce già l’aria incanalata all’interno schizzare via in una fuga ininterrotta, sfinita e senza scopo, spaventose murene dalla bocca famelica che si aggirano lungo limacciosi e oscuri corsi d’acqua, così enormi che gli uomini alti le sfiorano con la testa; lampade al neon pendenti, attaccate al muro grazie a fili elettrici scoperti, aggrovigliati, annodati, su se stessi e su altri fili colorati, che seguono itinerari disegnati da un aerografo sfuggito al controllo. Plafoniere fissate ad aste lunghissime che piombano da altezze mai viste prima, da soffitti messi a nudo. Pannelli lucidi, color latte rancido, applicati in modo discontinuo sopra le pareti come se avessero fatto male i conti e fossero finite in anticipo, giustapposte al vecchio travertino senza neppure aver fatto la fatica di una sommaria scartavetrata, lasciando intatti grafiti, cuori, date, firme e amori, incisi per l’eternità o fino a quando, per lo meno, non verranno alla luce per merito di un archeologo di un secolo futuro lontanissimo, che solleverà i rivestimenti ancora avvinghiati ai muri malgrado l’erosione delle muffe, dei detriti trascinati dalle acque reflue che nel frattempo hanno reso quella che era stata una stazione della metropolitana un putrido acquitrino o una versione postmoderna della Domus Aurea, scavata fra emozioni e pareri contrastanti alla ricerca dei segni di una civiltà morta.

Uno scheletro disseminato da una tempesta in un deserto, solo che qui, nelle grotte della stazione Termini della metropolitana di Roma, non c’è il vento ma in compenso c’è la pioggia: l’acqua penetra all’interno di intercapedini friabili, si raccoglie gocciolando dentro secchi di alluminio disseminati lungo il percorso dei passeggeri, rivoli d’acqua che brillano vicino ai binari, sul fondo di banchine da cui sono state divelte le mattonelle, e si può inciampare e si inciampa, Emma, infatti, inciampa, poggia i polsi in modo innaturale, li piega verso l’interno del braccio, entrambi, dopo aver lasciato cadere la borsa di pelle e i giornali. Che idiota. Un dolore pungente, a ondate, fino nel cervello, da far mancare il fiato. Ma almeno, per un po’, pensa immediatamente, come se non stesse aspettando altro, potrà evitare di scendere giù nella grande spelonca grigia, schizzata di macchie di vernice bianca, e da luci cupe, un buio ravvivato da isole di luminescenze giallognole, il cantiere della rinnovata stazione della metropolitana che l’ha accolta nella sua precarietà per due anni, ogni mattina, e ogni pomeriggio, trascinandola nella corrente instabile di passeggeri smarriti, instradati nei percorsi che gli addetti al traffico pedonale delimitano con fili elastici allungati o accorciati a seconda delle necessità. Scendere dal vagone della metro o risalirvi alla fine della giornata è come intraprendere o terminare un viaggio iniziatico, un battesimo ogni giorno rinnovato e rimosso, un passaggio dalla luce al buio, in cui ognuno è sacerdote del buio, o regina delle notti, e viceversa.

Perché abbia scelto di viaggiare ogni giorno attraverso queste profondità infernali, quando avrebbe potuto disporre se non dell’auto di servizio (cui in ogni caso avrebbe avuto diritto) almeno del posto auto nel garage proprio accanto alla sede del giornale, non si capiva. Certo era una cosa che aveva avuta chiara da subito, come si prende l’ombrello quando piove. Avrebbe preso la metropolitana, sarebbe stata una qualunque, si sarebbe mescolata alla folla di cui avrebbe ascoltato i commenti ai fatti del giorno, i desideri, le ansie, le paure, avrebbe spiato negli occhi le fobie e le speranze. Marcello, suo marito, disse solo “sei una snob”.

Andare a dirigere un giornale politico non era come aver scalato i gradini della scala sociale, diceva lei. Era un impegno etico gravoso, una responsabilità.

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