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Nove racconti, di J.D. Salinger

J.D. Salinger, Nove racconti, 1953

[le letture del martedì di RdB]

C’è un interrogativo che circola sulla posizione di Salinger nella letteratura americana del Novecento: Salinger è tra i grandi? È paragonabile a chi non c’è più, come Fitzgerald, Faulkner, Steimbeck, Hemingway, Bellow? È al livello di quelli che oggi sono ancora attivi: Roth, McCarthy, De Lillo? È un terreno difficile, perché molti non condivideranno né il quintetto di quelli che non possono più scrivere, né il terzetto  degli autori che ancora pubblicano cose nuove. Non posso che dar ragione al lettore, perché in letteratura ogni classifica ha un componente di arbitrarietà. Nelle scelte di ognuno ci sono sempre gusti personali e dimenticanze imperdonabili.

Torno comunque alla domanda iniziale: dove lo collochiamo Salinger? Qualcuno pensa che, in fondo, Salinger sia solo uno scrittore per adolescenti, non solo ne “Il giovane Holden”, ma anche nelle altre opere. Insomma, uno scrittore sopravalutato.

Ho riletto i “Nove racconti” e penso che restino ancora tra le migliori “short stories” del Novecento. In “Un giorno ideale per i pescibanana” ci sono  la solitudine, l’alienazione della vita quotidiana dovuta alla ripetitività, i genitori che pensano che la figlia abbia sposato un folle, il dialogo metafisico tra gli adulti e i bambini, perché solo dai bambini si può imparare. “Lo zio Wiggily nel Connecticut” coglie, in un dialogo tra amiche, le frustrazioni di una donna, l’incomunicabilità con il marito, il rimpianto per l’amico scomparso: siamo già a Carver. Lo stesso tenore si ritrova in “Alla vigilia della guerra contro gli esquimesi”, dove le difficoltà di comunicazione si manifestano nei rapporti tra i giovani. “L’Uomo Ghignante” è la descrizione di una squadra di baseball, nella quale il lettore italiano ritroverà i ricordi delle prime esperienze di calcio, degli spogliatoi, del clima di complicità e fedeltà che si instaura in una squadra. Tutto questo viene “disturbato” dall’arrivo di un deux ex machina, una giovane donna che sembra rompere tutto e che invece entra subito nella squadra. Tutto mentre il Capo, l’allenatore sovrastante, racconta la storia incredibile dell’uomo ghignante, che sembra uscita dalla trilogia fantastica di Calvino: siamo al racconto nel racconto. “Giù al dinghy” torna alle storie tra bambini. “Per Esmè: con amore e squallore” è un altro capolavoro. Un soldato americano – Salinger partecipò con la sua divisione al lungo giorno del 6 giugno 1944 – incontra una ragazzina inglese del Devon, e il suo terribile fratellino, poco prima dello sbarco in Normandia: si incontrano in un bar e sembra di vedere un quadro di Hopper. Alla fine, quando il soldato è ormai in Germania, riceve la lettera bislacca della ragazzina. In “Bella bocca e occhi miei verdi” un uomo chiama al telefono un amico, per cercare la moglie, scappata via di casa. Ma l’amico è insieme a una ragazza che non è sua moglie … Il racconto è una lunga telefonata – sarà la prima della storia della letteratura? – un piccolo cammeo di grande angoscia maschile. “Il periodo blu di Daumier-Smith” è tragicomico. Il protagonista ha passato un breve periodo della sua vita nella Parigi degli anni venti. Pensa di somigliare a El Greco, racconta di aver conosciuto Picasso e dice di essere un pronipote di Daumier. Vince un posto di insegnante in una scuola di pittura per corrispondenza gestita dalla coppia giapponese di Mr e Mrs Yoshoto, presbiteriani in Canada. Daumier-Smith scrive agli aspiranti pittori lettere comiche, tutto il testo sembra un copione di Woody Allen. L’ultimo racconto, “Teddy”, è la storia di un bambino prodigio, piccolo filosofo portato in giro per il mondo dai genitori su una nave da crociera, fino all’esito finale.

Piccoli che parlano con i grandi, talvolta senza capirsi, altre volte come unica forma di comunicazione, dato che tra adulti non si comunica; bimbi e adulti disadattati; la guerra come mostro che non muore mai; angosce e solitudini irrisolvibili; comicità e ironia disarmanti. E poi tante innovazioni, poi copiate da tutti: un’assoluta antiretorica (erano ancora gli anni di Hemingway e Steimbeck); il trucco dello scrittore che ogni tanto si rivolge al lettore per chiedere il suo commento; l’alternarsi nella stessa riga di considerazioni insieme comiche e tragiche.

Quando, alla fine degli anni Quaranta, i redattori del New Yorker si videro arrivare le prime versioni dei racconti di Salinger rimasero a bocca aperta: un scrittura così non si era mai vista.

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  1. Barbagialla
    14 febbraio 2014 alle 00:30

    Lasciatelo dire, hai capito la metà di quello che c’era da capire nella lettura dei “nove racconti”.
    Rileggili se hai tempo.

  2. 14 febbraio 2014 alle 08:55

    Cara Barbagialla, non ho scritto io il commento al libro, ma come “padrone di casa” mi sento di farti notare che forse sarebbe utile spiegarsi meglio. Può darsi che tu abbia ragione, ma così non si capisce proprio perché.

    • Barbagialla
      14 febbraio 2014 alle 15:45

      Hai ragione chiedo scusa, sarò più chiaro.
      Tralasciando il tema centrale del post, che sicuramente ha una sua validità, oltre che essere ben scritto, il mio commento era riferito alla descrizione dei Nove racconti di Salinger, nelle quali, l’autore del post, sintetizza in maniera superficiale le trame dei racconti. Ciascun racconto dice molto più di quello scritto in questo post. Descriverli così non è giusto. Chiedo scusa per il precedente commento, a quanto pare incompleto, e soprattutto all’autore del post che spero prenda le mie parole come un augurio ad approfondire nuovamente quei racconti così perfetti nella loro eloquenza.

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