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Gomorra, di R. Saviano

Roberto Saviano, Gomorra (2006)
[le letture del martedì di RdB]

Un romanzo che si inscrive nella grande tradizione meridionalista italiana. Un radiografia della camorra campana, in particolare di Casal di Principe e Secondigliano. L’inchiesta è chirurgica. Saviano descrive i meccanismi con i quali la camorra si arricchisce: la gestione dei container nel porto di Napoli; l’industria del falso, soprattutto tessile, che si basa sulla tradizione artigianale campana; il traffico di droga, dove la cocaina ha sostituito l’eroina per la semplice ragione – ma forse Saviano è stato il primo a dirlo con tale chiarezza – che la prima non ammazza il cliente; l’abusivismo edilizio, con le morti bianche; il traffico d’armi; la gestione dei rifiuti, denunciata ben prima dell’esplosione del caso a Napoli alla fine del 2007 (la situazione è paradossale perché la Regione non riusciva ad aprire discariche mentre i suoi territori diventavano la fogna dei rifiuti tossici dell’Italia). Anche i meccanismi socio-economici sono descritti nei dettagli. Le grandi griffe del Nord appaltano le produzioni al Sud, spuntando prezzi bassi e qualità elevata: le imprese che perdono le gare delle commesse inondano il mercato di falsi. I clan gestiscono imperi. Hanno imprese, terreni, case, ristoranti, in tutto il mondo. La droga arriva soprattutto dal Sud America, passa in Spagna, arriva da noi. Il traffico di armi si fa con l’Europa dell’Est. Nel tessile il pericolo è la Cina. Da Mondragone i fondi sono investiti in Scozia, ad Aberdeen. I rifiuti tossici sono smaltiti in tutto il mondo, in  Cina, in Africa e nell’Est europeo. Gli aspetti sociologici e pseudo culturali della camorra sono descritti in modo fantastico: la fascinazione dei boss per Tarantino, per Pulp Fiction, per Kill Bill, per Scarface di Brian De Palma, per Bravi ragazzi di Scorsese. Questi sono i modelli che ispirano il modo di vestire, sparare, costruire le ville. La prima scena, con i cadaveri dei cinesi che cadono dai container alzati dalle gru nel porto di Napoli, resta stampata nella testa. Così come la storia del sarto che insegna il lavoro ai cinesi ed è costretto dalla camorra ad abbandonare, e che vede in TV l’abito più bello da lui cucito indossato da Angelina Julie nella notte degli Oscar. Il pezzo più commovente è il ricordo di Don Peppino Diana, ucciso a Casal di Principe nel giorno del suo onomastico, il 19 marzo del 1994. Goffredo Fofi scoprì il romanzo nel luglio del 2006, prima del grande successo, con un’entusiastica recensione sul supplemento domenicale del Sole24Ore, esaltando in particolare il capitolo sulla guerra di Secondigliano e auspicandone una collocazione in tutte le antologie scolastiche del futuro. Fofi fu facile profeta nello scrivere che dal libro avrebbero tratto, prima o poi, un film (girato da Matteo Garrone e forse più bello del romanzo).

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  1. marco
    29 luglio 2015 alle 07:22

    Girato da Garrone, non da Martone.

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