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Da una finestra buia

Penso con orrore che il mio dirimpettaio, se lo volesse, saprebbe tutto di me. Gli basterebbe starsene affacciato alla finestra, ad esempio la sera, poco prima di mezzanotte, l’ora in cui immancabilmente io vado a dormire, da alcuni anni a questa parte. Standosene lì vedrebbe il mio andirivieni segnalato dall’accendersi e dal successivo spegnersi delle luci nelle stanze che attraverso sempre nello stesso ordine: dal salotto alla cucina, dalla cucina al bagno, attraversando il corridoio, dal bagno di nuovo al corridoio per arrivare in camera da letto: il mio rituale (rassicurante, penso), accompagnato dalle mie staffette luminose che anticipano i miei passi, facendo a modo loro festa alla mia fatica.
Acceso spento, acceso spento, entro ed esco, ora, per esempio, nella camera da letto, accendo la luce generale, poi mi avvicino al comodino, spengo la luce generale, accendo quella del comodino: una sequenza costante, un balletto da finestra a finestra dove, chi guarda, può seguire il rincorrersi di gesti ripetuti e non privi di una loro grazia. Cosa potrei mai fare a questo punto, quando sono in bagno, se non uscirne, ed entrare nella camera da letto, e cosa potrei mai fare, dopo aver spento la luce generale e acceso quella del comodino, se non alzare le coperte e il lenzuolo, infilarmi nel letto freddo e mettermi a  leggere, o pensare o a pregare? Il mio vicino avrebbe vita facile, nel guardarmi dalla finestra di fronte. Potrebbe indovinare ogni mio gesto, con un’espressione che so di sufficienza e imbarazzante superiorità, fino ad anticipare il mio ultimo passo, il buio ultimo, verso mezzanotte e un quarto, mai oltre. A questo punto lui saprebbe già che non vedrebbe accendersi più nessuna luce, per stanotte.
A quel punto lui potrà chiudersi in casa, e abbassare le serrande (cosa che io non faccio perché non amo il buio, anzi mi piace il chiarore azzurro e giallo della strada) e andarsene a letto strisciando le pantofole, più per pigrizia che per stanchezza. Chiudere tutte le imposte della casa, controllare minuziosamente, fra la mezzanotte e un quarto e mezzanotte e venti,che nessuna rimanga aperta, perché è terrorizzato dall’idea che io, che sono il suo dirimpettaio, me ne stia alla finestra buia, dopo aver spento la luce del comodino, l’ultima, a mezzanotte e un quarto, a spiarlo.
Così, nel buio, a tentoni raggiunge il bagno, poi torna verso il salotto, attraversando il corridoio, poi in cucina, qualche volta squilla il telefono, anche molto tardi: ne porta sempre uno con sé, nella tasca dei pantaloni, pigia inavvertitamente i tasti, che suonano per ricordargli di stare più attento.
Quando ha finito di fare il giro ed essersi accertato di aver chiuso tutte le imposte, ora che finalmente potrebbe accendere le luci, preferisce rimanere al buio, perché teme che dalle fessure delle vecchie serrande di legno, possa strisciare fuori una luce, sottile e maligna. Sa benissimo che ogni precauzione è inutile: non sarebbe difficile per me che sono il suo dirimpettaio andare dietro al suo percorso abitudinario, verso mezzanotte e venti, dal bagno alla cucina al salotto, seguendo il rumore delle serrande che via via vanno abbassandosi: cosa potrebbe fare ora, dopo che l’ultima serranda ha toccato il davanzale, se non avanzare lentamente strisciando lungo il muro e dirigersi verso la camera da letto, scostare la coperta e il lenzuolo e infilarsi nel letto freddo con una punta di acidità e un’amarezza disillusa? Sono anni che fa così, nel terrore che il suo dirimpettaio lo spii, dalla finestra buia.

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Categorie:testi
  1. sergiogarufi
    6 dicembre 2011 alle 01:16

    Io mi corico un po’ piu’ tardi, ma per il resto facciamo cose quasi uguali, come tanti. Ciao Ezio

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