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Anna Kerénina, di Lev Tolstòj

Lev Tolstòj, Anna Karénina, 1887
[le letture di Riccardo DB]

Diversamente da Madame Bovary, Anna Karénina non è solo una storia di passione femminile che conduce alla tragedia. È soprattutto un trattato sulla famiglia, attraverso la descrizione di tre nuclei e, come in Guerra e Pace, una sintesi della visione del mondo di Tolstòj.
La prima famiglia è quella di Stepàn Arkàdjevic e di sua moglie Dolly. Stepàn è un impenitente traditore, un superficiale viveur sempre pronto a divertirsi; alla fine il lettore, come lo stesso Tolstòj, non resiste alla sua simpatia. Dolly è la moglie tradita che, all’inizio del romanzo, viene convinta proprio da Anna Karenina, sorella di Stepàn, a non sfasciare la famiglia, a sopportare il marito fedifrago. La seconda famiglia, che si sfascia subito, è quella tra Anna Karenina – bella, seducente, appassionata – che abbandona suo marito, il triste burocrate, Aleksjéj Aleksàndrovic, per il giovane e affascinante ufficiale Vrònskij. La terza è la famiglia riuscita, quella tra Lévin e Kitty, a sua volta sorella di Dolly. Nata tra mille difficoltà – all’inizio del romanzo Kitty è innamorata di Vrònskij – l’unione tra Lévin e Kitty è il modello di Tolstòj. Lévin è, come Pierre in Guerra e pace, lo stesso Tolstòj. È l’uomo pieno di dubbi, che solo attraverso esperienze successive giunge a un equilibrio, sempre sofferto.

–br–
Nel romanzo sono straordinarie le scene d’amore/affetto/odio. Il primo incontro tra Anna e Vrònskij, in treno, resta in testa come una scena da film, anzi è una scena da film, con l’amore che scatta al primo incrociarsi degli sguardi. Poi c’è il rifiuto di Kitty, innamorata di Vrònskij, della proposta di matrimonio di Lévin. Poi c’è la festa dove Kitty va per incontrare Vrònskij, ma assiste, sgomenta, al nascere dell’amore tra Anna e Vrònskij. È un colpo al cuore l’incontro tra Anna e il giovane figlio, sacrificato alla nuova unione con Vrònskij. C’è il nuovo incontro tra Lévin e Kitty. Ci sono gli scontri di Anna con il marito, prima, con Vrònskij, poi. C’è l’odio del marito per Anna, alla quale viene impedito per sempre di incontrare il figlio. C’è la fine di Anna. Indimenticabile la scena della corsa all’ippodromo, con Vrònskij che, nello sforzo, spezza la schiena al suo cavallo, così amato.

Il secondo registro del romanzo è la presentazione della Russia secondo Tolstòj: il modo di vivere dell’aristocrazia, i viaggi all’estero, la critica della burocrazia, le corse dei cavalli, i salotti, le influenze di imbroglioni mistici. Forse il tema più caro a Tolstòj è la riaffermazione che l’unica salvezza della Russia è il mantenimento del mondo contadino e della centralità dell’agricoltura, basata sul rapporto tra gli aristocratici proprietari terrieri e i contadini non proprietari, i mugichi (la servitù della gleba è stata abolita da pochi anni). La Russia rimarrà sempre diversa e unica.
Discutendo delle teorie dell’economia politica che sottolineavano l’esistenza di tre fattori produttivi – terra, capitale, lavoro – da remunerare, rispettivamente, con rendita, profitto e salario, Tolstòj sostiene l’impossibilità di applicare questa impostazione in Russia. In Russia la terra è così abbondante da ridurre a zero la rendita; il capitale non esiste (e Tolstòj non perde occasione di criticare i nascituri mercanti, le banche, le ferrovie, insomma tutti gli avvicinamenti progressivi della Russia all’Occidente); anche i lavoratori sono così numerosi da rendere il salario comunque insufficiente. Perché lavorare, dunque? L’agricoltura va avanti solo per una scelta etica di proprietari, da una parte, e, contadini, dall’altra.

Il romanzo è infine la ricerca delle risposte di Lèvin alle domande che tutti noi ci poniamo: “Perché viviamo?”, “Qual è il senso della vita?”, “Perché bisogna vivere?”, “Che significato ha la religione?”. Lèvin troverà nell’accettazione della vita così come è, nell’impegno di ogni giorno a fare bene le cose, in particolare nell’assicurare il buon funzionamento della sua azienda agricola, e nel matrimonio con Kitty, le risposte alle sue domande.

Il romanzo sarebbe dovuto finire con la morte di Anna. Invece Tolstòj aggiunge cinquanta pagine: resta indelebile l’immagine di Vrònskij, ammutolito, distrutto, che ha finanziato un intero treno di volontari russi che vanno a difendere i serbi contro i turchi. È invece stucchevole la scoperta di Dio che Lévin fa nelle ultime pagine.

Perbenista e benpensante – tutta contro Anna – la prefazione di Natalia Ginzburg del 1945 alla vecchia versione Einaudi.

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