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Habemus papam, di Nanni Moretti

Forse un po’ se le cerca, Nanni Moretti.
Parlare dei suoi film diventa quasi sempre l’occasione per parlare d’altro. Dei temi che hanno ispirato i suoi film (e fin qui ci possiamo anche stare). Ma poi anche delle infinite, stucchevoli reazioni suscitate dai suoi film, dalle prese di posizione, le polemiche che riempiono le pagine dei giornali e ora pure dei blog. Chiacchiere di cui non si sentirebbe alcuna necessità, che affondano nella polemica d’attualità spesso, molto spesso di bassissimo profilo.
Eppure, alla fine, interessanti per capire in quale stagno nuoti il Paese.

Habemus papam è un film “indimenticabile”. No. “Biasimevole” (e “senza mezze misure”). Il primo aggettivo gliel’lo ha affibbiato Repubblica. Il secondo l’arcivescovo di Matera, Monsignor Salvatore Ligorio. L’aggravante, per Repubblica, è di averlo visto. L’aggravante, per l’arcivescovo di Matera, di non averlo visto.

Cosa abbiamo fatto di male, noi a cui sembra che delle cose si possa/debba discutere senza per forza dover imbracciare le armi?

Potrà mai Habemus Papam essere un film alla pari con, che so? Citizen Kane, 2001 Odissea nello spazio, Il Dottor Stranamore, Apocalypse Now (la lista è lunga e soggetta, anche, al gusto personale). E si può continuare a stare a sentire gente che parla senza avere idea ciò di cui si parla?

Tanto per cominciare, se proprio si deve estremizzare, direi che Habemus Papam è un film che prende letteralmente per i fondelli la psicanalisi (e non dirò nulla al riguardo, per non far perdere il piacere della scoperta a chi il film lo deve ancora andare a vedere: sono comunque le parti più divertenti del film), e invece affronta in modo garbato, moderato, riflessivo e dolente il problema del ruolo della religione nella società di oggi. Anche in modo divertente, affettuosamente surreale, certo non irriguardoso.

Moretti racconta di un mondo, quello Vaticano, del tutto reinventato allo scopo di darne una lettura metaforica, tenendosi lontano anni luce da una realtà che un po’ tutti conoscono a Roma, specie i “borgaciari” (=abitanti di Borgo, usi da sempre all’incontro ravvicinato con gli alti prelati al bar, o nella vicina Cantina Tirolese, un tempo frequentata dall’attuale Pontefice): un mondo “ricco” – ahimè – di piccole e grandi ipocrisie, piccole o grandi sconcezze, dove la bassa politica di Palazzo è spesso l’unica logica dominante nelle relazioni interpersonali: un mondo vero, ma difficilmente verificabile, che perciò diventa oggetto di racconti alla Dan Brown (diventando automaticamente fiction, assimilabile più a 007 che alla realtà così com’è).
A Moretti questo non interessa affatto.

Il Conclave di Nanni Moretti diventa una specie di Villa Arzilla malinconica e divertente, casta, innocente e pura, drammaticamente  (e per questo comicamente) lontana dal mondo reale (la già celebre battuta sul gioco della palla prigioniera che non si gioca più da 50 anni ne è l’epitome) ma molto, molto lontana dal vero, per quanto utile alla causa della commedia (che ritaglia un angolino dell realtà, lo amplifica e lo deforma per ottenere il risultato di parlare della realtà più e meglio di quanto non si riesca a fare mettendogli davanti uno specchio – questo dai tempi di Aristofane, più o meno).

Il personaggio del Papa (straordinario, come si usa dire in questi casi, Michel Piccoli – e straordinario il lavoro di casting, nella scelta dei volti dei Cardinali), al contrario, è oggetto della meditazione profonda di Moretti. La sua umana debolezza, disperazione, sensibilità, paura, dolcezza, il suo infantile bisogno di affetto e di risarcimento è descritto con affetto, partecipazione e toni cecoviani (non per caso presenza decisiva nel film). L’aspirazione del giovane pontefice alla carriera teatrale (come Karol Wojtyla?) diventa l’aspetto cruciale della sua profonda paura del compito che si è trovato sulle spalle.
Recitare era la sua – giustamente – frustrata ambizione giovanile. Recitare è esattamente quello che non vuole fare da Papa, ed è esattamente invece quello che il patetico portavoce vaticano pensa sia opportuno fare in un momento così delicato. Il Papa, come è noto, nel film ha infatti accettato l’incarico, ma non pubblicamente, perciò il Conclave non può dirsi concluso, e a nulla valgono, per convincerlo, gli sforzi di ricorrere a due un po’ ridicoli psicanalisti, marito e moglie, separati, modesti guaritori narcisisti legati ancor più dello stesso Papa al loro ruolo, alle loro idiosincrasie, alle loro debolezze e ai loro bisogni di rassicurazione. Qualcosa bisogna inventarsi per tenere a bada il popolo di Dio in ansia: far recitare ad una buffa controfigura la parodia del Papa in preghiera, in meditazione, intravisto dietro i tendaggi nei suoi appartamenti, prima di assumere davanti a sé e a Dio un compito così gravoso: una finzione ridicola e soprattutto totalmente inutile.

Certo, se si assume di default che non sia possibile mettere in discussione nulla dell’umanità e del ruolo del Capo della Chiesa Cattolica in un mondo in cui “todo cambia” , come dice la bella canzone citata nel film,  tanto vale chiuderla qui e arrivederci e grazie.
Se al contrario si è disposti a mettere in gioco la voglia di rinnovamento, di cambiamento, il senso di inadeguatezza che dovrebbe essere parte di ogni manifestazione umana, a prescindere dall’intervento, o meno, dello Spirito Santo, non si può non porsi davanti a questo film con l’umiltà e la ragionevolezza che dovrebbe essere bagaglio di qualsiasi uomo pensante. E scoprirne l’ansia di purezza, non di fastidio; di assoluto, non di grezzo relativismo.

Un film “piccolo”, intimista, con qualche sbavatura (il torneo di pallavolo fra cardinali poteva essere più breve) divertente e saggio.

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