Home > -, discorsi, editoria, libri e dintorni > Deve scorrere il sangue

Deve scorrere il sangue

Non a rivoli, fuori. Ma nelle vene, dentro. Deve scorrere il sangue dentro le storie, dentro la letteratura.

A dirlo è Ettore Bianciardi, su Stilos del mese di settembre. E aggiunge, a proposito del suo progetto editoriale "Stelle bianche", che è "l'esatto contrario delle case editrici attuali, perché sarà una casa editrice senza profitto: la letteratura è vita,  la vita è letteratura […] Se leggendo non si sente scorrere il sangue, allora non è letteratura, allora sì è mestiere, ma verrà immancabilmente rifiutata dal lettore. Chiedere un compenso per ciò? Mi sembra assurdo."

La ricetta di Bianciardi? Libri gratis online per tutti, e a pagamento, ma solo per il solo costo di stampa, se uno è proprio fissato con il libro tradizionale. "I nostri libri non saranno nelle librerie […] ma saranno distribuiti dal circuito della passione e della solidarietà".

E il diritto d'autore? "Il diritto d'autore è un crimine contro l'umanità perché toglie al lettore il suo inalienabile diritto naturale di leggere tutto quello che l'umanità produce".

E per finire: "Il romanzo elettronico rende inutile l'editore, almeno l'editore che conosciamo…"

Non sono d'accordo con nessuna di queste affermazioni. Eppure sono un lettore (come si dice: un lettore forte, uno che legge tanto e spende di conseguenza). Dovrei rallegrarmi di questa prospettiva paradisiaca. Leggere senza pagare.
Invece no. Per un motivo molto semplice. Mi disturba la visionarietà irrazionale. Forse alla lunga può risultare utile a far fare scatti in avanti della società culturale (che confrontandosi con un paradosso può produrre energie nuove per verificare la bontà o meno dei vecchi suoi meccanismi). Ma all'atto pratico mi sembra una insulsaggine e una provocazione fastidiosa.
Soprattutto per una ragione: tutto quello che viene detto qui è semplicemente falso.
La storia editoriale del mondo, dall'invenzione della stampa in qua, è storia di un'industria culturale che, a torto o a ragione, piaccia o non piaccia, ha incontrato l'indiscusso favore del pubblico.
Cos'è che rifiuterebbe il pubblico? La letteratura "come mestiere"? Cioè "La solitudine dei numeri primi?" Cioè i romanzi di Coelho? O, precipitando ancora più in giù, i legal thriller? i noir svedesi? Questo è ciò che il pubblico rifiuta?

Il diritto d'autore. Perché uno scrittore non dovrebbe trarre un beneficio economico per quello che fa, che lo occupa magari per dodici ore al giorno tutti i giorni? Di cosa dovrebbe vivere? Dovrebbe fare un altro lavoro? Certo, succede. Ma mica sempre.

Le case editrici. Bianciardi ammette che una casa editrice che scopre nuovi talenti, crede in loro, gli dà fiducia, è una buona casa editrice. Solo che le case editrici, oggi, sono tutte solo stampatori di libri. Dei tipografi. Su questo non si discute e non si argomenta neppure. E' così. Credeteci.

Se ne deduce che la sua casa editrice online e gratis per tutti farà questo: farà scouting, selezione, seguirà gli esordi con attenzione e pazienza, e poi pagherà le persone che faranno tutto questo e pagherà i server e la manutenzione degli stessi. Naturalmente questi soldi non gli deriveranno dalle vendite, che non esisteranno. Giacché non esistendo più l'oggetto-libro l'editore non ha nulla da vendere, giacché un bene immateriale per definizione non si vende. I soldi gli pioveranno dal cielo, probabilmente. Come la manna.

Annunci
  1. 3 settembre 2010 alle 08:38

    D'accordo con la sostanza dei ragionamento. Ma secondo me si confonde il diritto d'autore con il costo del prodotto libro (sia su carta sia digitale). La questione del compenso per l'autore del libro può essere una variabile da considerare ma non necessariamente coincide con il diritto d'autore che impone – ad esempio – di non divulgare liberamente opere di ingegno per 70 anni dalla morte dell'autore. Inoltre, quanti sono gli autori che possono mantenersi solo scrivendo libri?Francesco

  2. bsq
    3 settembre 2010 alle 08:51

    Francesco, sulla questione dei 70 anni dopo la morte mi trovi assolutamente d'accordo: è un non-sense. Per quanto riguarda il fatto che gli scrittori in genere fanno fatica a mantenersi con i proventi dei diritti è anche vero, ma questo non giustificherebbe l'abolizione toutcourt del principio.Ezio

  3. 8 settembre 2010 alle 17:28

     

    Visto che sono citato, mi permetto di fare alcune osservazioni.

    La prima, banale e interessata è che la casa editrice si chiama Strade bianche, non Stelle bianche. Insomma noi stiamo coi piedi per terra.

    Secondo voi perché la gente scrive? Per essere letta, non per guadagnare dei soldi. Tanto è vero che moltissimi scrivono e praticamente nessuno campa di scrittura. Allora dimentichiamo di poter vivere di letteratura, è successo a pochi. Se lo scopo dello scrivere fosse il guadagno, il 99,99 per cento degli scrittori dovrebbe smettere. Siccome non smette, significa che non è quello lo scopo.

    Stesso discorso per la casa editrice: noi non ci teniamo a fare soldi con i libri, è un falso mito, se vuoi fare grande (non ho detto grossa) editoria devi dimenticare il guadagno, fallo per hobby che tanto non ti riempie tutta la giornata, non devi fare 150 libri al mese, ma fare un libro quando ti imbatti in un bel testo. Che capita di rado.

    ‟La storia editoriale è storia di un’industria culturale dall’invenzione della stampa” : è vero, dall’invenzione della stampa, che ha creato non l'editoria ma l’industria editoriale che ora sta morendo. Ma prima si scrivevano libri e si leggevano libri; gli autori non venivano pagati e i lettori pagavano (caro) solo il costo della copiatura del libro. Non si può dire non ci fosse cultura. Noi vogliamo rifare più o meno quello. Oggi si possono cedere testi senza spendere nulla e si possono stampare libri a basso costo. Quel che costa in un libro è il lavoro di chi cerca di vendere il libro. Lavoro inutile perché se un libro è bello si vende da solo. Se è brutto bisogna lavorarci e spendere un sacco di soldi che poi si recuperano alzando il prezzo del libro, così nessuno lo compra, e fa bene perché è un libro brutto, venduto con i decolleté.

    Il fatto è che ci si innamora di concetti e pian piano li si trasforma in certezze incrollabili.

    Altra fissazione: il diritto d’autore. Ma vi rendete conto che è nato solo insieme alla industria editoriale? E che viene riconosciuto solo quando lo si cede ad un editore? Cioè l’autore ce l’ha nel momento che se ne priva. Non è tutto questo un po’ sospetto?

    E da questa falsa certezza si costruisce una società che alla fine fa pagare così tanto i libri che nessuno li legge più: bel servizio per l’autore e per i suoi diritti.

    Gli scrittori famosi che conosco io si mantengono facendo tutti un altro mestiere: lo sceneggiatore, il giornalista, il presentatore televisivo, il docente in scuole di scrittura; non conosco nessuno che vive di scrittura. Ci saranno, ma devono essere pochi.

    I costi dell’editoria: anche qui si parte dal prendere come esempio Mondadori o altri. Sbagliato questi sono modelli economici al declino, tanto è vero che sono tutti in crisi e molti chiudono, altri si rifugiano a vendere penne biro e agende smemorande. Le librerie chiudono, è di qualche giorno la notizia che Barnes and Nobles è in vendita.

    Non servono soldi per fare editoria, serve solo un po’ di volontà e di passione. Accidenti ci vuole passione, quella cosa per la quale la gente fa i miracoli, che prima sembravano impossibili. Sono i visionari che hanno cambiato il mondo, quelli che considerano la situazione attuale immutabile non servono a nulla.

    Vogliamo dare un po’ di spazio alla visionarietà nel mondo dei libri e della cultura?

    O la lasciamo solo ai formaggini e ai pannoloni?

    Perché chi si occupa di libri è sempre con la testa volta all’indietro?

     

    Ettore Bianciardi

  4. bsq
    9 settembre 2010 alle 08:56

    Caro Bianciardi,intanto grazie. Sono molto contento della sua replica.Nel merito.Guadagnare scrivendo? Impossibile. D'accordo. Non è per quello che si "pubblica". Non insisto su questo punto che alla fine non è centrale nel mio ragionamento. Anche perché presuppone uno scenario editoriale (quello "industriale") negato in essere dal modello "visionario" quindi è inutile fare paragoni: nel sistema "visionario" percepire un diritto d'autore a fronte del fatto che non esiste più un editore che a sua volta lucra – legittimamente – sul tuo lavoro è una cosa che non ha più senso, ne convengo.Che poi i diritti economici si realizzano solo quando si cedono non mi sembra proprio vero. Se io metto su un sito di print on demand e ci pubblico i miei libri e li faccio pagare a un prezzo che non è unicamente il prezzo di stampa e di spedizione, non sto realizzando un guadagno assimilabile a quelli derivanti dal diritto d'autore?Comunque quello che non mi convince della "visione" è altro. A me pare che il sistema editoriale industriale abbia molti problemi ma che la soluzione immaginata non tenga conto della gigantesca complessità.E le parla uno che ha visto nascere e "lavorato" nel progetto VibrisseLibri di Giulio Mozzi (che a un certo punto si è arenato); uno che ha provato Lulu.com (qui accanto la "pubblicità" del mio Big deal); uno che ha ha avuto tanti apprezzamenti ma, per motivi vari, zero pubblicazioni. E che quindi a tutto diritto si dovrebbe sentire espulso (secondo me – come tutti gli scrittori inediti  – ingiustamente) dal Sistema.E tuttavia non credo che un sistema totalmente "libero" possa sopravvivere a lungo e fornire ai lettori quello che l'industria culturale sembra non essere in grado di dare loro (cioè la qualità: torno su un punto: il problema è garantire la diversità culturale, non recuperare i lettori che rifiuterebbero il codice consolidato; Carofiglio e Camilleri&Lucarelli vendono eccome. Il problema è che vendono "solo" loro). Non riesco a immaginare un sistema totalmente libero e gratuito che sopravviva di fronte al problema della selezione, per esempio. VIbrisseLibri è defunto anche per questo: sotto le tonnellate di byte da cui è stato sepolto.Io immagino una evoluzione del sistema editoriale che preveda un doppio canale. L'e-book con stampa on demand è senz'altro una buona cosa per tutte le ragioni che lei ha detto, ma non mi sembra la sola strada percorribile. Anche se è la più facile, mi pare. E del resto  non mi pare una gran cosa inzeppare la rete di contenuti non controllati, non "strutturati". Basta la passione? (su cui non dico niente per non edulcorare quesa replica: figuriamoci se ce l'ho con la "passione"). Che devo dire? Me lo auguro con scetticismo.Un caro saluto,

    Ezio 

  5. 10 settembre 2010 alle 12:46

     

    Bene, caro Ezio, continuiamo la discussione.

    Il problema, secondo me, è che tutti siamo legati ad un modello di cultura libraria che, se poteva andar bene, almeno per pochi, cinquant’anni fa, oggi è destinato ad una morte precoce per cause sue, interne al sistema, che niente hanno a che vedere con la letteratura e con la cultura.

    Il sistema oggi ha costi di distribuzione tali che non può permettersi di pubblicare ciò che non ha chiare prospettive di vendita e pertanto tutti i giovani scrittori debbono restare ai margini del sistema dal quale non saranno mai accettati.

    Non lo dico io, ma lo dicono direttori editoriali onesti che provano serie crisi di coscienza nel dover rifiutare testi ottimi, ma non commerciabili, o meglio, che non rispondono a criteri aprioristici di commerciabilità, stabiliti da manager ferrati nel marketing e non nella letteratura. È così, c’è poco da fare.

    Ma per superare questo impasse, bisogna chiedersi perché siamo finiti in questa situazione, è la risposta è che il costo del libro è ormai al 90% costituito dal costo di far arrivare il titolo agli occhi ed al cuore del lettore.

    Il quale lettore paga non la qualità del libro, ma la fatica di chi glielo ha fatto arrivare tra le mani.

    Allora l’unica soluzione è annullare , se possibile questi costi, e il modo semplice e razionale è il testo elettronico, o, al massimo, la stampa on demand.

    Non si produce più il libro cartaceo, cioè, ma se lo si fa lo si fa solo se c’è già un lettore pronto: il libro non dovrà giacere nei magazzini o essere trasportato per le strade del mondo, creando costi.

    Sembra un’inezia, ma è la rivoluzione del libro e della cultura.

    In questo modo si ottengono due vantaggi enormi, incredibili.

    Il primo è che la selezione non la fa più il direttore editoriale, che può anche sbagliarsi o essere amico di qualcuno, o succubo di qualcun altro, o il manager di marketing che c’entra come il cavolo a merenda, ma il vasto, onesto e libero popolo dei lettori.

    Se selezione ci deve essere, nessuno meglio dei lettori può essere il giudice. Tutto il resto sono chiacchiere, se un libro non piace ai lettori è brutto, non esiste chi si può ritenere più bravo degli altri.

    Il secondo vantaggio è che l’autore, non avendo più intermediari fra sé ed il lettore, è in grado di guadagnare non per il diritto d’autore, che è un’invenzione sciocca dei markettari, ma dal fatto che esegue un lavoro, stampando il proprio libro, compra dei materiali, affitta della forza lavoro e quindi, marxianamente, ha tutto il diritto di chiedere denaro in cambio di merce. Si badi bene, senza creazione di plusvalore per altre persone .

    Se proprio non si vuol rinunciare all’idea di diritto d’autore, almeno si sia coerenti e non lo si ceda mai, a nessuno, e in nessun caso.

    C’è infine un’altra considerazione da fare e cioè che l’uomo cede sempre di fronte ai feticci, alle statuette degli dei, in tutte le loro multiformi incarnazioni.

    Una di queste è la patente pirandelliana di autore affermato, che vien e concessa solamente da un editore estraneo all’autore che pubblicamente fa atto di credere nello scrittore e gli pubblica, appunto, una sua opera.

    Se poi questo editore ha chiesto soldi in qualche forma all’autore, è qualcosa che si può tranquillamente sottacere o nascondere, tutto in adorazione di quel feticcio.

    Così nascono e prosperano gli editori a pagamento.

    Dimenticavo l’altro feticcio: il libro deve essere di carta. E chi lo avrebbe stabilito? Anche qui siamo in presenza di un feticcio, se il libro non è su carta si rischia la non omologazione dello scrittore.

    Lo scrittore è omologato, cioè riconosciuto se è letto, non se è scritto; è il lettore che crea lo scrittore, non lo stampatore, quello è il mezzo, non il fine, e come sempre accade, chi scambia il mezzo per il fine è un idolatra (M. Ovadia).

    Grazie per lo spazio concessomi.

     

    Ettore Bianciardi

  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: