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Io e il tennis (1)

Io ho un mio paradiso terrestre privato.  Un paradiso terrestre in sedicesimo, parziale e provvisorio.

E’ il Circolo Emilia de Vialar, dove gioco a tennis tutte le settimane. Si entra da una porticina di ferro accanto a un più grande cancello che introduce ad un grande istituto di suore (diventato, come molti altri nella zona, una casa vacanze). Di fronte, vicino che la puoi accarezzare, la cupola di S.Pietro.
Per un gioco acustico dovuto probabilmente al muro di cinta, agli alberi, alle siepi e al rumore che proviene dalla strada, non si sente alcun suono attribuibile al tennis finché non si è entrati e non si è fatto almeno due o tre passi nel terriccio umido. Allora il primo toc… toc elegante, aristocratico chiude con tutto quello che c’era prima, che rimane veramente fuori, e impone la sua regola. Il paradiso è qui ed è il mondo che può accomodarsi ad attendere.

Comincerò a parlare del tennis. Molto più divertente che parlare di letteratura.
Ho cominciato ad amare il tennis molto presto. Sarà stato il 1968 o il ’69. Il mio primo idolo fu Martin Mulligan, un elegante australiano naturalizzato italiano. La principale ragione di questa passione era, mi pare di ricordare, il suo aspetto fisico. A quei tempi bastava che qualcuno fosse biondo come me e i miei dicevano che mi somigliava: istantaneamente ne facevo il mio idolo. Un altro, per esempio, era Giacinto Facchetti.
Mulligan era bravo, vinse tre volte gli Internazionali d’Italia e fu finalista una volta a Wimbledon. Invece non amavo affatto Pietrangeli, che mi sembrava “vecchio” (in effetti aveva a quei tempi circa 35 anni). Così quando nel 1970 il giovane, allora sconosciuto, Adriano Panatta vinse il suo primo titolo italiano, in una epica finale appunto contro Pietrangeli fu amore a prima vista.
Non giocavo a tennis. Chissà perché mi obbligavano a fare ginnastica, che detestavo. Cominciai qualche anno più tardi, credo nel 1972 o giù di lì.
Ma a casa in realtà avevo già cominciato da piccolo, con una racchetta da ping pong e una pallina da tennis tirata contro la parete.
Giocavo partite interminabili, con un regolamento tutto mio per giudicare dentro o fuori una pallina, e se un tiro fosse finito in rete (sul letto) oppure no.
La stessa pallina da tennis veniva utilizzata anche per altri sport (il calcio, dove impersonavo un fantastico numero dieci, quando invece nella realtà ero abbastanza scarso e mi mettevano o a fare il terzino – un ruolo innocuo – o stabilmente in porta) o la pallacanestro: rifacevo decine di volte le appassionanti sfide fra Ignis Varese e Simmenthal Milano (io ero per la Ignis di Bob Morse, Zanatta, Bisson, Flaborea, Meneghin…).
Nella mia stanza ero un fenomeno in ogni disciplina sportiva.
Nella vita reale molto meno. Anche nel tennis.
Non avevo un buon servizio, ero fiacco sul rovescio, ero falloso, mi buttavo a rete come Panatta e mi passavano facilmente. Quando poi giocavo una partita, per esempio al mini-torneo di fine anno al corso che seguivo al Circolo della RAI, perdevo da chiunque, anche molto più debole di me, perché avevo il “braccino corto”.

Ma lo stile! Quello era perfetto. Inclinavo la testa come Panatta, buttavo indietro la schiena sul rovescio tagliato (errore madornale) come lui, volavo a rete incosciente e inconcludente, cercavo di spaccare la mia Dunlop di legno e mi vestivo come lui. Io amavo il tennis perché mi permetteva di incarnare il mio idolo, non perché fossi particolarmente bravo. Bravo non lo sono mai diventato.
Un Natale mi regalarono il completo Fila, ma siccome quell’anno (il 1975) la Svezia aveva vinto la Coppa Davis quello che andava di moda era il modello Bjorn Borg, con la maglietta a righine verdi. Ci rimasi un po’ male ma poi mi ci affezionai. Però l’estate successiva pretesi come risarcimento la maglietta bue e quella verde che Panatta aveva indossato nelle finali appena vinte agli Internazionali al Foro Italico (naturalmente io c’ero) e al Roland Garros.
Feci qualche progresso e arrivai a giocare decentemente, senza fare il mai il salto di qualità, ma difendendomi. Ma i risultati non mi interessavano affatto. Io in campo ero felice e realizzato. Né mi interessava quello che potevano pensare gli altri. Ero io, ero compiuto.
Come oggi, di ritorno dalla partita, a Villa Balestra a fare colazione, eccezionalmente sereno e sicuro di me, e perfettamente ignorato dal resto dal mondo.

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