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Compagni dai campi e dalle officine

Che dice Zoro della questione dei “compagni”?
Almeno fa ridere.

Scrive Alessandro Portelli sul Manifesto del 23 giugno che la questione non è nominalistica, cita Ernesto De Martino. Dice, in sostanza, tutte cose vere e indiscutibili. E belle, ed emozionanti.

Allora possiamo? Possiamo dirci “compagni”?
No.
No perché il PD è un partito di gente che può chiamarsi “compagno”, perché proviene da una certa storia, che nessuno può cancellare; ma è anche un partito di gente che non si è mai chiamato “compagno” anche se è ugualmente stato un “cercatore di uomini e di umane dimeticate storie, che al tempo stesso spia e controlla la sua propria umanità e che vuole rendersi partecipe, insieme agli uomini incontrati, della fondazione di un mondo migliore, in cui migliori saremmo diventati tutti”, per utilizzare le parole di De Martino citate da Portelli.

E poi c’è gente che è nata quando “compagno” era una parola che non utilizzava più nessuno. E’ un fatto.
Allora, se si vuole recuperare il senso di quello che scriveva De Martino, è un conto. Se crediamo che basta chiamarci compagni perché questo magicamente si avveri, beh.

Diciamo le cose come stanno: è nostalgia. Non delle battaglie e degli ideali che c’erano dietro quella parola. Ma della forza identitaria, della passione acritica e molto facilmente identificabile, insomma di un mondo molto più semplice di quello di oggi. C’è la nostalgia della “sinistra” contrapposta alla “destra”. Dei militanti nelle fabbriche. Del forcone e della chiave a stella. Quasi quasi la nostalgia della DC.
Ma è una forza, una passione che esclude, non include; che logora, non amalgama. Quindi è vero: non è una questione nominalistica. E’ uan questione politica, e seria. E’ uan parola, ma le parole sono simboli, sono sangue, sono memoria. Sono valori imprescindibili nel bagaglio di chi ce li ha. Che questo bagaglio non possa essere condiviso da tutti è un altro fatto. Ed è bene così.

Io sono sempre più convinto che finché il PD sarà saldamente nelle mani dei post-qualcosa non diventerà mai quello che dovrebbe essere. E questo non conviene a nessuno (tranne che a Berlusconi, si capisce).

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