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Libertà e privacy. La sentenza Google

Un giudice, secondo me, non dovrebbe scrivere, in una sentenza, una frase come quella che segue:

"Non esiste la sconfinata prateria di internet dove tutto è permesso e niente può essere vietato, pena la scomunica mondiale del popolo del web. Esistono invece leggi che codificano comportamenti che creano degli obblighi che ove non rispettati conducono al riconoscimento di una penale responsabilità".

Cosa c'entra la reazione del popolo del Web? In una sentenza di un tribunale.

Ora, le frasi sono rivelatrici.
Io non so nulla di quest'uomo, ma se un giudice, che detiene un potere sovrano e, per quanto appellabile, enormemente più forte della pubblica opinione si sente in dovere di rimarcare il fatto che la sua sentenza si basa – anche – sul principio che non bisogna avere paura della somunica del popolo del Web, secondo me tradisce una paura. Sembra che, del tutto involontariamente, il giudice si ponga in una posizione di inferiorità, dalla quale sente il bisogno di smarcarsi.

Egli sa già che quello che è in discussione non è tanto la violazione di una norma (su cui si può discutere), ma un principio.
E il giudice sa che l'opinione che sta per formulare è contraria a quella del popolo del Web, a quella dell'opinione generale. Ed evidentemente la teme.
Dico evidentemente, perché se così non fosse, non avrebbe avuto nessun bisogno di mettersi sulla difensiva. Avrebbe redatto la sua sentenza e (s)contenti tutti.
In questo modo invece si colloca, paradossalmente (e involontariamente, ripeto) in una posizione di debolezza.
Sa che in gioco c'è la libertà individuale di chi usa il Web. Sembra che si voglia levare ha un sassolino nella scarpa.

Io immagino (e mi auguro) che questo giudice sia un bravo giudice e coscienzioso. Ma stavolta aveva sul suo tavolo un soggetto nuovo ed enorme. Google. Internet. Sapeva di avere gli occhi di un certo tipo di mondo addossso (probabilmente anche nel giudicare il caso Abu Omar sapeva di avere l'attenzione mediatica – anche americana – addosso, ma quello era un caso, come dire, ordinario, difficile, ma inserito in un contesto giudiziario coerente con il suo orizzonte d'attesa; così come fu per il caso di stalking di cui fu vittima Michelle Hunziker).

Questa volta come controparte non aveva solo tre o quattro imputati, ma il mondo intero!! (è lui stesso a scriverlo, mica io). E questa volta inciampa. Come per un tic involontario dalla sua penna fuoriesce un giudizio di saccente superiorità che sottolineando il carattere di rivincita rivela inevitabilmente una inadeguatezza.
Forse culturale-tecnologica. Che secondo me ne mette in discussione l'equilibrio.
Non mi piace.

Nel merito, poi, il giudice scrive: "la scritta sul muro non costituisce reato per il proprietario del muro. Ma il suo sfruttamento commerciale può esserlo, in determinati casi e determinate circostanze".

Beh, paragonare Google a un muro dove chiunque può scrivere, è, come dire, una diminutio un po' imbarazzante. E ancora: stabilire che le norme sulla privacy non fossero abbastanza in vista… La domanda che io mi farei è: c'erano o no?

"L'informativa sulla privacy", scrive il giudice Magi, "era del tutto carente o comunque talmente nascosta nelle condizioni generali del contratto da risultare assolutamente inefficace per i fini previsti dalla legge".

Quindi c'era, ma era carente e non era messa bene in vista.
Questo, insieme al fatto che dalla pubblicazione di qualsiasi video Google trae una fonte di guadagno, ha determinato la condanna. Mah.

Poiché non sono un giurista, e però sono un utente di internet e di Google, e quindi mi sono andato a leggere le norme sulla privacy, (così come erano formulate ai tempi del fatto) noto che:
– le norme sulla privacy tendono a difendere l'utente che, utilizzando i servizi (di Google, in questo caso) registrandosi, dve essere tutelato in merito all'uso che Google fa di questi dati;
– tendono a cautelare Google (in questo caso) qualora si verifichino violazioni di varia natura: "Riteniamo in buona fede che l’accesso, l’uso, la conservazione o la divulgazione di tali dati sia ragionevolmente necessaria (a) per rispettare qualunque legge, norma, procedimento legale o richiesta del governo applicabile, (b) per eseguire le Condizioni di Servizio applicabili, ivi incluso il rilevamento di eventuali violazioni delle stesse, (c) per controllare, impedire o altrimenti affrontare questioni che riguardano la frode, la sicurezza o di carattere tecnico, o (d) per proteggere i nostri utenti o il pubblico da danni imminenti ai diritti, alla proprietà o alla sicurezza di Google, come richiesto e consentito dalla legge".

Le condizioni di servizio richiamate si riferiscono a normali principi che regolano la convivenza civile sul Web: ciascuno è responsabile di ciò che fa e che dice e ne detiene la titolarità.

Insomma: da una parte Google garantisce l'utente. Dall'altra, l'utente deve sottostare al codice civile e penale. Non è abbastanza?

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