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Un’altra vita possibile

Ho scelto il turno della mattina. Porto la colazione in camera. L’ho scelto perché mi piace.
Fare il servizio colazione significa presentarsi in albergo alle cinque e mezza. E’ bellissimo l’albergo alle cinque e mezza. Ancora addormentato come un grande animale allo zoo. Caldo, avvolto in un ronzio calpestato dai passi pesanti di ombre di congiurati, noi, i camerieri del turno della mattina, che prendono posizione.

In cucina c’è già animazione e facce lunghe. L’odore del caffè e dei croissants appena sfornati. Alcune ordinazioni le trovo già lì, sul piano lavoro. Altre arrivano per telefono dal concierge. Mi piace prendere il vassoio e riempirlo: è come comporre un quadro. Il boccale del latte, quello del caffè, la tazza rovesciata, il burro, la marmellata fatta in casa, il panino fragrante. Stanza 35. Il commercialista di Vicenza, un abitudinario.
Uova strapazzate e bacon, succo d’arancia, formaggio e prosciutto cotto, caffelatte e yoghurt, per due.  Questo è un bel vassoio ricco e promettente. Ore 6 e 30, stanza 21.
Busso, quasi sempre rispondono, non capita quasi mai di lasciare il vassoio fuori della porta. Devono venire ad aprire, nel le coppie non c’è una regola, o apre lui, con i capelli arruffati e un sorriso forzato, o lei, con le ciocche scomposte sulle guance o legati in alto con un ciuffo come d’erba selvatica e una vestaglia quasi sempre castissima – non ci sono mai grosse sorprese da quel punto di vista lì. Non è quello che mi interessa, francamente.
Entro, invisibile, lascio sul tavolino, qualche volta illustro il contenuto del vassoio, ricapitolando l’ordinazione, poi saluto, le auguro una buona giornata, mai buon appetito, e lascio alle mie spalle un avvio lento e gustoso di una mattinata di appuntamenti, convegni , sfilate, riunioni, presentazioni (lavoro a Milano, in un albergo medio-piccolo, in centro, un tre stelle di fascia alta, secondo me, almeno a confronto con quelli dove avevo lavorato prima, a Roma, dove le stelle secondo me te le regalano).
C’è quasi sempre un portatile già acceso, e le coppie non sono mai regolari, ma non se ne curano.  C’è l’intimità sufficiente e la modica quantità di sentimento necessario a non dare troppo peso alla situazione.
Le belle donne sole sono le più scontrose, non lasciano niente dietro di sé, hanno paura di qualcosa.

Quando ci sono bambini (di coppie tedesche o inglesi o americane) cerco di trattenermi il meno possibile. Le colazioni nelle stanze con dei bambini sono le ultime ad essere servite, anche dopo le nove, e sono le meno gratificanti. Non sopporto i bambini in albergo.

Amo invece la magia dell’alba, il risveglio faticoso e stentato, solitario o colpevole, indurito dall’assuefazione e dalla reiterazione del piccolo peccato. Amo la precisione che mi conferisce un senso di superiorità.  Di questo sono convinto, anche se qualche collega non è d’accordo con me. Io mi presento lucido, profumato e ben vestito, rasato e con i capelli brillanti, sono diritto e sicuro di me, sobrio e pronto, mentre dall’altra parte ci sono entità indecise, sporche e imbarazzate. Il mio collega dice che proprio per questo loro manifestano una aristocratica superiorità: noi non ci potremmo mai presentare in quel modo davanti a loro, loro sì, noi siamo sottomessi a regole che ci obbligano a renderci presentabili, loro sono liberi. Non sono d’accordo: se li guardi negli occhi capisci che si giudicano, e non si considerano un bello spettacolo. Quasi quasi mi invidiano.

Amo i vassoi tintinnanti quando sono pieni e leggeri e sporchi di residui di briciole e di zuccheri e di latte quando li riporto in cucina, verso le dieci, quando sono già iniziate le pulizie delle stanze e il ronzio degli aspirapolvere entra ed esce dalle stanze insieme alle pantofole comode delle cameriere filippine, e i loro gomiti su e giù su e giù. Con i cambi di asciugamani impilati nel carrello e i prodotti per pulire in formato gigante che profumano di troppo pulito.
Domattina è il primo gennaio. Poco lavoro, l’albergo è quasi vuoto. E se c’è qualcuno che ordinerò la colazione in camera non sarà certo alle prime luci dell’alba. Qualche turista in ritardo sul volo per il ritorno, o il tipo della stanza 39, che se ne sta sempre da solo, non è l’uomo più felice della terra, specie domattina.
Io invece, giù in cucina, brinderò con le colleghe e i colleghi, e andrò a fumarmi una sigaretta sul retro, con su il giaccone e nessun particolare desiderio da primo dell’anno.

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