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Di che mi lamento?

Sicuro che c’è qualcuno che sta peggio.
Per esempio quando esco dalla metro ci sono quelli che anziché farsi 800 metri (qualche volta in macchina) ed essere già a casa (come me) si fanno tre piani di scale mobili, si dispongono lungo la banchina del regionale Roma-Viterbo ad aspettare, perché ogni giorno arriva in ritardo di venticinque minuti (come fa ad essere sempre in ritardo di venticinque minuti un treno che di suo dovrebbe passare ogni venti?) vi salgono sopra, spesso non trovano posto a sedere e raggiungono ameni paesini avvolti nell’umida oscurità fuoriporta, riparano nel freddo calore fasullo del riscaldamento a gas delle loro case moderne, arredate con mobili che non sono neppure dell’Ikea anche se vorrebbero, fanno qualche lavoretto in garage, poi si mettono a tavola, qualche volta vanno in pizzeria con la moglie, vengono salutati come vecchi amici dal proprietario, che nei gironi feriali ha sempre poco da fare. Eppure li invidio. Li penso nel loro treno abitudinario (seduti, quando stanno in piedi li invidio di meno), con il loro Ipod nelle orecchie, un libro e la quasicittà sfumare oltre il finestrino, fino a dimenticarsi di essere Roma e sprofondare nella campagna braccianese. Si osservano, si salutano, si sorridono, si scordano reciprocamente quando arriva il venerdì – sono sempre gli stessi, pendolari assonnati che la mattina dopo imbacuccati fino e oltre le gote gelate si salutano a gruppi, con il loro sacchetto del pranzo (non gli uomini, le ragazze, fresche spose, o future spose o mamme sollevate dal prendere le sacrosante distanze, per dieci ore, dal loro incubo giornaliero, la casa). Sì, un po’ li invidio.

Certo, sta peggio chi lavora, che so, a Milano, in questi quartieri né centro né periferia, in un ufficio a fare cose misteriose, con un brutto bar moderno, piccolo, dove pranzare, carissimo, e poi alle sei riprendere la macchina, infilarsi nel traffico strisciante, illuminato e gelato, con spruzzi di neve sporca che saltella sui coni di luce dei fari e il fumo strozzato e vivace dai tubi di scappamento, per arrivare in un paese lontano, in Brianza, accogliente e burbero, familiare e violento, dove chi è rimasto ha passato una giornata infelice, fra l’officina e un bar a parlare di Inter, Milan e Del Piero. Sì, stanno peggio, non posso lamentarmi, ma mi piacciono anche loro, mi piace questa salita ripida verso la vita dura e spietata della grande città ogni mattina, sopportata dentro vestiti necessariamente tirati, scarpe scomode, e week-end, e niente happy hour, paura della gelata, incroci diradati, bambini che tornano a casa con lo zaino pesante sulle spalle, nel marciapiede che riflette le luci gialle dei lampioni.
Stanno peggio, non discuto.
Sta peggio questa ragazza acquattata dietro il suo sudoku, stravolta dal PowerPoint con le nuove procedure interne della banca, eppure la capisco, mi piace la sua solitudine, la sua cura (una donna sola è pulita e curata come se non fosse sola); sta peggio, ma vive una bi-dimensione che non la schiaccia, appena a casa chiama la sorella, forse suo padre, si guarderà una cosa qualsiasi alla TV, forse ha appena scoperto Facebook, ma non chatta con nessuno.
Per non parlare di quelli che stanno veramente peggio. Io di che mi lamento?

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Categorie:-, testi Tag:
  1. utente anonimo
    26 novembre 2008 alle 16:03

    Mi piace molto questo post Ezio, e mi incuriosisce che cos’è che invidi, davvero. Perché non l’ho capito. Forse è solo l’invidia di poter vivere soltanto una vita per volta, di non poter – ogni tanto – calarsi nella vita di qualcun altro. Perché altrimenti – e lo descrivi bene, nel post – non c’è davvero molto da ammirare. A meno che non ti riferisci a una qualche inconsapevolezza, a una forma di vita che non si pone troppe domande, vive quello che ha da vivere. E’ questo che invidi, un po’?

    Bandini

    p.s. Non voglio giudicare le persone che dici di invidiare, sia chiaro. Hanno tutto il mio rispetto, non dico che la loro vita sia uno schifo o meno. Non sta a me dirlo. La mia domanda era rivolta a te, mi interessa capire il filo del tuo ragionamento.

  2. bsq
    26 novembre 2008 alle 16:36

    Caro Bandini, entrambe le cose. Ma più la prima.

    Ovviamente sto bene dove sto, e come sto; decisamente non farei mai a cambio. Dici bene: non c’è davvero molto da ammirare.

    Tuttavia in tutti quelli che grossomodo scrivono esiste una tensione ad un altrove. Nella fattispecie questa vita semplice e basilare (bidimensionale ho detto) presenta dei tratti che non mi appartengono per niente, ma che in qualche misura mi piace proiettare come alternativa in una delle possibili vite immaginate. Ecco, mi piacerebbe che qualcuno le raccontasse, e per raccontarle bisogna fare lo sforzo di empaticamente condividerle.
    ciao

  3. utente anonimo
    30 novembre 2008 alle 20:24

    io l’ho capito immediatamente il filo del tuo ragionamento…perchè mi capita spesso di sentire la stessa cosa e, guarda caso, sempre nei confronti di persone che se la passano peggio, mai riguardo a quelli che apparentemente sono baciati dalla fortuna…
    paoladazero

  4. bsq
    2 dicembre 2008 alle 08:19

    Ci sono un altro pao di ragioni. Mi piace molto andare in treno, e so cosa vuol dire essere un pendolare essendolo stato per due anni e mezzo qualche anno fa. Solo che a me toccava usare il pulman, che invece non mi piace per niente.
    ez.

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