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Oggi sciopero semantico

Oggi c’è lo sciopero del mondo universitario contro i tagli già divenuti legge sello stato (L. 133/2008) e contro le proposte di riassetto dell’università.

Nel merito: sono ovviamente d’accordo. L’università è un pantano, la colpa è della casta baronale in combutta con quella politica, una sinergia devastante, altro che corporativa: massonica, direi.
La Gelmini, ormai lo sanno anche i sassi, non interviene sulla casta, sugli sprechi. A parole, certo, Nei fatti, taglia fondi alla ricerca, al personale, a tutte le strutture che producono scienza e conoscenza.

Qualche risultato la protesta lo ha ottenuto, sarebbe puerile e autolesionista non riconoscerlo (ma molto italiano: non si prendono mai per buoni i risultati ottenuti alzando la voce: quasi che ci sia più gusto a protestare che a vincere). Nulla sul fronte della scuola elementare (lì Tremonti aveva fissato evidentemente la linea del Piave). Qualcosa in più per l’università (tale era l’enormità delle decisioni prese).

Ho una certa età. Credo più nel dialogo che nell’autoaffermazione consolatoria. Mi sarebbe piaciuto che la protesta fosse consistita in un dibattito con il ministro, da svolgere all’università, per esempio nell’Aula magna della Sapienza, ripreso da telecamere impietose che avesse messo Gelmini con le sue spallucce al muro. Punto su punto, decretino su decretino. La forza della parola l’avrebbe schiacciata. Ne sono certo.
Lo dico perché ormai mi sembra che il problema della politica italiana (forse non solo italiana) è di significati che si danno alle parole e, di conseguenza, di comunicazione.

La lingua della politica è affetta da una specie di retrovirus (quel tipo di virus che, oltre a far danni, svolge compiti essenziali alla propria sopravvivenza) i cui sintomi consistono in continui sfasamenti semantici. Ognuno dà il significato che vuole a quello che dice, alle parole che usa.
La politica si è creata un idiosemantica cui attingere per affermarsi e difendersi dall’attacco della logica razionale.
Bisogna combattere questo virus con la forza della parola, della razionalità, del pensiero forte.

I casi recenti non si limitano alla Gelmini (che può parlare impunemente di riforma), ma anche al caso di Eluana Englaro: le parole sfuggono come essenze diaboliche al loro guscio semantico e svolazzano indisturbate, per cogliere bersagli facili.
Eutanasia, omicidio.
Ignazio Marino, medico e parlamentare PD: "La dignità della vita dal suo inizio alla sua fine naturale non si difende prolungando artificialmente un’agonia. Tale prolungamento come estensione assoluta del principio di Ippocrate potrebbe sfociare nell’idolatria della scienza e nella rinuncia all’umanesimo e persino nella rinuncia alla carità cristiana." (http://tinyurl.com/5mnxr6).

E ancora, su Repubblica di oggi: "Chi parla di omicidio e di eutanasia non sa quel che dice. Qui non si dà veleno per terminare la vita, si prende atto del fatto che la medicina non può più fare nulla, che non c’è più speranza".

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  1. 14 novembre 2008 alle 09:54

    beh la forza delle parole…a volte basta un suono per tirare fuori quello che si agita nel profondo di ciascuno.Da me oggi c’è il pernacchio day…un modo liberatorio e dissacrante per togliersi qualche sassolino dalle scarpe!;-D

  2. bsq
    14 novembre 2008 alle 09:59

    Il pernacchio day è carino. Inutile, ma carino.
    Ezio

  3. 14 novembre 2008 alle 10:01

    inutile sì e fine a se stesso…ma serve a non implodere…e di questi tempi il rschio c’è!

  4. bsq
    14 novembre 2008 alle 10:08

    effettivamente cosa c’è di più contrario all’implosione di una pernacchia? Totò docet!
    E.

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