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Davanti al mare

Se c’è una cosa di cui non mi stanco (quasi mai), è di starmene seduto, sulla mia seggiolina da spiaggia, in riva al mare, a guardare il mare. Non è che io proprio stia lì a guardare il mare.

Le cose che faccio standomene lì, apparentemente immobile e in uno stato d’ozio profondo, sono svariate.

Certo, lo guardo il mare: a Mazara il mare è molto bello, pieno di colori diversi, per via del fondale bianco, vicino la riva, poi verde scuro, poi azzurro profondo. E’ riposante guardare a lungo una cosa bella.
Poi lo ascolto il mare. Poi osservo le persone che mi passano davanti, e quelle che mi sono sedute intorno (un numero fortunatamente sempre molto esiguo, a Mazara, sulla spiaggia libera, dalle 13 alle 15, il periodo in cui scendo in spiaggia). Guardo i bambini che giocano, le barche (pochissime) che passano, studio il cambiare della direzione del vento e della corrente. Poi ogni tanto leggo. Poi chiudo gli occhi e penso.

Un sacco di cose.
Spesso mi succede di raccontare a me stesso tutte queste cose. Raccontare significa imbastire una specie di filo logico, se non una trama. Una premessa, il contesto di un racconto che quasi mai si svilupperà. Nella maggior parte dei casi questi abbozzi di racconti descrittivi, queste ipotesi di biografie, di studi analitici proiettati su sfondi congetturati e lasciati cadere subito dopo, non vedranno mai la luce, neppure in modo estemporaneo, sotto forma di appunti. Semplicemente saranno dimenticati.

Ma non lo considero un esercizio inutile, o una perdita di tempo. Sono invece un utile allenamento, come quando giocavo a tennis e palleggiavo per ore contro il muro: per trovare l’automatismo, il gesto perfetto, l’impatto rotondo, il suono morbido e la potenza limpida. E’ una pratica che tornerà vantaggiosa quando mi servirà per davvero. Costruisce un modo di pensare, di rapportarsi con le cose che succedono. Lasciano intravvedere significati e relazioni, permette di costruire classificazioni e riempirle invece che, per dire, limitarsi a giudicare il seno di una bella donna, o i bicipiti di con rozzi criteri estetici. E’ quello che ho fatto quest’estate, più degli altri anni. In altri termini mi potreste dire: non hai fatto un cazzo. Bravi. Avrei dovuto? Perché?

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Categorie:sicilia
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